Donne nella Storia: Metilde Viscontini Dembowski

Questo articolo, scritto da Marina Gersony, è stato pubblicato originariamente su “Elle” nell’ottobre 2011 come parte della serie “storiadidonna”.

“Sposò un generale di Napoleone, mise al mondo un paio di figli, fece perdere la testa a Stendhal, divenne grande amica di Ugo Foscolo e Silvio Pellico, animò la vita intellettuale dell’epoca, combatté per l’indipendenza dall’Austria, partecipò alle cospirazioni sovversive che condussero molti patrioti lombardi in prigione o in esilio, tenne testa alle accuse degli inquisitori che volevano incastrarla e infine creò intorno agli esuli una formidabile rete di solidarietà.
Questo e altro fu Metilde Viscontini Dembowski, donna dei nostri tempi nonostante abbia vissuto a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento, epoca in cui i ragazzi venivano indirizzati alla vita pubblica, la carriera militare o legale e le donne spinte a badare alla casa e alla vita coniugale. Dotata di intelligenza e di fascino più che di bellezza, Metilde incantava chiunque la incontrasse: tutto in lei, gesti, sguardi e sorrisi erano espressione di forte personalità e insieme di dolce fermezza.
Eppure, di questa eroina romantica del primo Risorgimento si trovano poche tracce nei testi di storia. Grazie all’appassionata ricerca di Marta Boneschi, scrittrice di storia e di costume, per la prima volta la figura di questa donna ‘riservata, seria e spirituale’ viene ricostruita per intero riacquistando così il proprio valore non solo come donna celebre del suo tempo, ma soprattutto come una delle protagoniste ‘segrete’ dei moti risorgimentali (La donna segreta. Storia di Metilde Viscontini Dembowski, Marsilio).
Elena Maria Metilde Viscontini nacque il 1° febbraio 1790, secondogenita di una famiglia dell’alta borghesia milanese. Grazie alle ampie vedute dei genitori, frequentò il Convento di Santa Sofia, prediletto dai francesi residenti in città. Imparò presto a leggere, scrivere e parlare in italiano, in francese e ad esprimersi in inglese e in tedesco. La religione era il pilastro nella formazione di ogni giovane lombardo fin dai tempi di Carlo Borromeo, e lo fu – insieme alla filosofia dei lumi – per la giovane Viscontini. Anche se la ragione finì col radicarsi in lei più della fede.
Fin da bambina Metilde assistette a un succedersi di padroni, a una parata di differenti divise militari e a una catena di violenze e di lutti: aveva sei anni quando le truppe francesi al comando di Napoleone Bonaparte spinsero gli austriaci oltre l’Adda a Lodi. In casa respirò un clima colto, raffinato e ricco di stimoli. I Viscontini erano intrapredenti, cosmopoliti e partecipi alle sorti del Paese e una rete di zii e cugini erano attivi [sic, ndr] nell’economia, presenti negli incarichi pubblici e invitati a corte.
Quando il generale polacco Jan Dembowski decise di chiedere la sua mano, i genitori accettarono senza indugi. Napoleone incoraggiava la mescolanza delle sue popolazioni e il generale in apparenza era perfetto: brillante, apprezzato dai superiori, legatissimo ai fratelli massoni, era più che fedele al regime e davanti a lui si schiudeva una carriera ricca di promesse. Il matrimonio si rivelò fin da subito un fallimento: lui, trentaquattrenne, autoritario e violento; lei, appena diciassettenne, delicata e intellettuale ma di carattere orgoglioso e ribelle.

Quando Dembowski venne richiamato a combattere in Spagna, la giovane sposa, rimasta sola, ebbe un ‘intrigo amoroso’ che macchiò la sua reputazione. La voce del tradimento giunse anche al marito che reagì malamente. Neppure la nascita di due figli maschi servirono [sic, ndr] a cementare il matrimonio di questa coppia così male assortita. Da quel momento Metilde iniziò ad aspirare all’indipendenza, incurante della disapprovazione del proprio ambiente. Iniziò ad ingaggiare una battaglia per svincolarsi dal coniuge. Lasciò la casa del generale, cercò di ottenere una convenzione di separazione e di difendersi dalle sue imprevedibili mosse. Il primogenito era stato messo in pensione a Milano, ma le fu consentito di tenere con sé il piccolo Ercole con il quale si stabilì a Berna. In Svizzera incontrò un vecchio amico, Ugo Foscolo, il poeta anticonformista e ferocemente critico verso il regime, noto anche per l’appetito erotico e le avventure sentimentali: lui aveva 32 anni e la corteggiò; lei ne aveva 19, era smarrita, bisognosa di amicizia e comprensione. Foscolo mise da parte a malincuore l’anima da seduttore e tra i due nacque un’amicizia sincera.

Intanto il marito continuava a tramare per ricondurla all’ovile. Dispose che il figlio maggiore partisse per Volterra presso il collegio dei padri Scolopi. E Metilde non ebbe scelta: se voleva salutare il bambino doveva lasciare la Svizzera e sottostare all’ignobile ricatto. Nel giugno 1816 attraversò insieme al figlio Ercole e alle guide svizzere il passo del San Gottardo sotto una tempesta di neve. Si trasferì in piazza Belgiojoso a Milano, una magnifica residenza milanese adiacente a casa Manzoni. Decorò un’ampia stanza dell’abitazione con una carta da parati celeste e poltroncine di seta color cielo che gli amici chiamarono ‘la saletta azzurra’. Qui si ritrovavano giovani come lei, romantici in letteratura e liberali in politica, che auspicavano un cambiamento e un paese libero e unito. Tra gli habitué, Teresa Casati e il suo altero marito Federico Confalonieri, il conte Giuseppe Pecchio, la cugina Bianca Milesi e altri personaggi illustri del tempo. Un giorno arrivò anche un ospite francese. Si chiamava Henry Beyle, non ancora diventato il famoso Stendhal.
Tondo, grassoccio, con soffici favoriti intorno a una faccia larga animata dallo sguardo bruno e curioso, si innamorò perdutamente dell’affascinante signora, ma non fu per nulla ricambiato. Si trattò di una passione fatale e infelice, che ispirò la sua prima prova di romanzo Le roman de Métilde e il trattato dal titolo L’amore. Stendhal la seguì più volte di nascosto nei suoi spostamenti fuori Milano, trovando ogni volta una Metilde furibonda per le sue ossessive dichiarazioni d’amore. Metilde passò gli anni successivi dedicandosi all’impegno politico e sociale. Con la stessa determinazione con cui aveva saputo difendere i suoi diritti di madre e di donna, si mise al servizio delle lotte di indipendenza del popolo lombardo affinché potesse liberarsi dal dominio austriaco. Rinunciò agli agi per contribuire alla costruzione di un’Italia libera e moderna e partecipò alle trame sovversive, purtroppo fallite, del 1821. Entrò nel cerchio della cospirazione che coinvolse gli amici più cari, tra i quali Giuseppe Pecchio, ‘non certamente un bell’uomo, ma con una personalità limpida e onesta che attirava ben più dell’avvenenza fisica’. Con lui trovò comprensione, o forse, come subodorava il gelosissimo Stendhal, un sentimento amoroso.
Intanto in mezza Europa serpeggiavano le agitazioni. A Milano il clima di repressione poliziesca obbligò Metilde a custodire i segreti e a rischiare la sua stessa vita facendo circolare scritti e lettere altamente pericolose. Ma ormai possedeva prudenza, riserbo e astuzia, doti apprese durante l’infelice convivenza con Dembowski. I suoi amici, spinti all’esilio, decimati dagli arresti e amareggiati per aver visto sfumare l’ultimo segno di libertà, spesso se la prendevano l’uno con l’altro. Lei tuttavia non li abbandonò mai, neppure quando fu indiziata per la sua complicità nella trama sovversiva. Seppe tener testa agli inquirenti e non si lasciò sfuggire una sola parola che li potesse compromettere.
Ma la fatica di quegli anni avevano [sic, ndr] consumato Metilde. La sua forza interiore, che l’aveva sorretta per così tanto tempo, si era lentamente corrosa. Morì nel 1825, a soli 35 anni, infettata dalla tisi, una malattia allora incurabile. Conclude Marta Boneschi: ‘Metilde consegna una lezione di immenso valore: vale la pena di spendere la nostra esistenza alla ricerca di un futuro migliore per sé e per gli altri, a qualsiasi prezzo, e perseguire la libertà a tutti i costi’.

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