Silvana Arbia – Il coraggio della verità

Questo articolo è stato scritto da Marco Restelli e originariamente pubblicato nel maggio 2012 su “Elle” con il titolo “Il coraggio della verità”. E’ qui riportato a scopo divulgativo, in quanto riteniamo che le informazioni in esso contenute meritino di essere conservate e diffuse online.

“Ha un che di severo, quasi ieratico. L’azzurro degli occhi è imperscrutabile e non lascia trasparire nulla. A chi le chiede perché abbia scelto un destino da giustiziere, una vita dedicata a perseguire i crimini contro l’umanità, Silvana Arbia, magistrato, capo della Cancelleria della Corte Penale Internazionale dell’Aia, non risponde, anzi, non batte ciglio, fissa un punto lontano e poi lentamente, con voce bassa, dice, ‘se non io, chi? Come tirarsi indietro quando si vedono certe cose, quando la vita ti mette di fronte il volto di coloro a cui è stato tolto tutto, famiglia, futuro, identità, persino il nome?’. Silvana Arbia è donna di poche parole ma di innumerevoli fatti. Passare la vita a contatto con le peggiori nefandezze di cui è capace l’essere umano, immergersi in una tragedia africana come quella del Ruanda e portare alla sbarra criminali capaci di nascondere dietro un apparente candore il più efferato sadismo, tutto ciò le ha regalato un volto impassibile e un ferreo controllo delle emozioni. Eppure quando parla del Ruanda, dove ha vissuto dal 1999 al 2008, una piccola fiamma si accende nel ghiaccio azzurro del suo sguardo.

‘Ricordo una ragazzina, a Nyumba. Si diceva che in quella zona fossero state massacrate più di quarantamila persone. Ci venne incontro un gruppo di bambini e dal gruppo si staccò quella ragazzina: mi si avvicinò, mi prese la mano e la strinse forte. Voleva dirmi qualcosa. Era un’orfana di etnia tutsi, superstite del massacro. Nel 1994 tutta la sua famiglia era stata uccisa e lei era rimasta sola. Anche la sua scuola era stata distrutta. Ma lei, disse, voleva tornare a studiare. Parlandole, sentii rafforzarsi dentro di me la volontà di battermi. Giurai a me sessa che avrei fatto tutto ciò che potevo per darle un futuro più giusto’. Forse l’Africa faceva parte del destino di Silvana Arbia. Aveva più o meno la stessa età della piccola ruandese quando, il primo giorno di scuola al ginnasio, la sua insegnante di lettere la assalì con queste parole: ‘Ma da dove vieni tu, con quell’accento? Dal centro dell’Africa?’. ‘Mi ero appena trasferita a Venezia da Senise, un piccolo paese della Basilicata dove sono nata’, ricorda Arbia. ‘Quella frase mi scioccò. Diede il via a una serie di discriminazioni che mi crearono il vuoto intorno. Usavano l’Africa in modo dispregiativo, per ferirmi. Allora ho cominciato a pensare all’Africa come a una compagna di sventure: in qualche modo, condividevamo lo stesso pregiudizio’.
La piccola Silvana reagisce con forza: studia ‘tre volte più degli altri’, per dimostrare che si sbagliano, vince la sua sfida e non si ferma più, fino a quando diventa magistrato e per vent’anni esercita in Italia.  Finché non sente il richiamo di un’altra sfida: ‘L’Africa mi chiamava. Desideravo partire, fare qualcosa. Volevo usare tutto quello che sapevo fare, il mio lavoro di magistrato, per progetti ambiziosi ma necessari per l’umanità. Per porre fine o, almeno, ridurre l’impunità dei criminali internazionali’. Così, nel 1999 Silvana Arbia arriva in Africa, come procuratore al Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda.

Cinque anni prima, nell’aprile 1994, il Ruanda contava sette milioni di abitanti. Alla fine di luglio dello stesso anno, invece, ne aveva soltanto sei. In soli tre mesi un milione di persone erano state barbaramente uccise a colpi di machete. Un genocidio attuato dall’etnia maggioritaria del Ruanda – gli Hutu – ai danni dell’etnia minoritaria, i Tutsi. E tutto questo era accaduto mentre il mondo era rimasto a guardare irresoluto, senza alzare un dito per fermare quel massacro. Ecco perché Silvana Arbia ha voluto titolare la propria autobiografia “Mentre il mondo stava a guardare” (Mondadori, pp. 195, euro 17,50, magistralmente curato da Adelaide Barigozzi), in cui racconta i nove anni passati in Africa a caccia degli assassini del Ruanda. Ciascuno con la sua storia di orrore.
Una storia che Arbia non può dimenticare è quella di Pauline Nyiramasuhuko: ‘Il 24 giugno 2011 è stata condannata all’ergastolo per genocidio, persecuzione, crimini di guerra e stupri di massa commessi da altri sotto la sua autorità. E’ il primo caso nella Storia di una donna condannata per reati del genere da un tribunale internazionale’, dice Arbia. A rendere più agghiacciante e paradossale la posizione della condannata è l’incarico che lei ricopriva all’epoca dei reati contestati: nel 1994 Pauline Nyiramasuhuko era ministro della Famiglia e della Promozione Femminile nel governo del Ruanda. Ma dopo il genocidio era fuggita, prima in Congo e poi in Kenya. Arbia e i suoi collaboratori indagano, la scovano, la arrestano, istruiscono il processo. ‘Ho riflettuto molto sulle ragioni che hanno portato una donna a perdere la sua umanità, che include naturalmente la maternità fisica e morale’, dice Arbia. ‘In vent’anni di lavoro nelle aule di giustizia italiane avevo appreso che in generale le donne sono meno inclini a togliere la vita, specie se si tratta di bambini e altre donne, magari incinte, e tantomeno a usare sistemi che fanno soffrire di più, fisicamente e moralmente. Pauline Nyiramasuhuko si è rivelata l’eccezione a ogni regola’, continua Arbia. ‘Oggi sembra una nonna dall’aspetto bonario, di quelle che raccontano le fiabe ai nipotini. Ma nel 1994, sotto la sua autorità, migliaia di persone di etnia tutsi vennero massacrate nella regione di Butare e le donne violentate. Eppure, durante i dieci anni del suo processo, lei non si è mai pentita’.

Ma la vicenda di Pauline Nyiramasuhuko è solo una delle tante tessere di quel “mosaico dell’orrore” (così Arbia lo definisce) che il magistrato italiano si trova a dover ricomporre al suo arrivo in Ruanda nel 1999. Cinque anni dopo il genocidio, molti dei maggiori responsabili erano fuggiti all’estero, chi in altri Paesi africani, chi in Europa, Italia compresa. E’ il caso di Anastase Seromba, fuggito in Toscana adottando la falsa identità di don Sumba Bura, di nazionalità congolese, e diventato sacerdote di una parrocchia a Montughi di Firenze. Seromba era effettivamente un sacerdote cattolico (ruandese, non congolese), ma si era reso responsabile di partecipazione al genocidio, consegnando ai massacratori i propri fedeli di etnia tutsi che si erano rifugiati nella sua chiesa pensando di essere al sicuro. ‘In Italia aveva trovato non solo rifugio ma anche un caloroso clima di simpatia’, ricorda Silvana Arbia. ‘Si era presentato come un affabile religioso africano di buon cuore, sfuggito a guerre e massacri; difficile negargli solidarietà. In realtà, stava ingannando tutti. Aveva consegnato i suoi parrocchiani ruandesi alla morte’.
Per Silvana Arbia trovare i colpevoli è, ancor oggi, una sfida personale. Tuttavia quei nove anni in Ruanda sono per lei un’esperienza durissima, sia a causa delle condizioni ambientali (si è ammalata di malaria), sia per l’inevitabile angoscia che la assale durante le indagini: testimoni terrorizzati che non vogliono deporre al processo per paura di ritorsioni contro di sé o contro i propri famigliari; donne violentate che in seguito allo stupro hanno contratto l’aids… ‘Ovunque mi girassi, c’era troppo da fare. Era come svuotare il mare’, ricorda. ‘Ogni tanto mi lasciavo prendere dallo sconforto e dalla stanchezza, ma poi pensavo alla ragazzina di Nyumba, che desiderava solo poter tornare a studiare. Allora stringevo i denti e andavo avanti’.

Per il magistrato italiano i momenti di pace sono davvero pochi. Per trovare un po’ di serenità, decide di stabilirsi in una villa circondata da un grande parco popolato da animali selvatici. A farle compagnia ci sono solo un guerriero masai, che fa il guardiano ma ogni tanto scompare senza dire nulla, e il cane Pinocchio, che porta questo nome perché Pinocchio era la favola preferita di Silvana da bambina. ‘Dopo cena, quando sedevo nel patio a prendere un po’ di fresco, con il cane accucciato ai miei piedi, tutti quegli orrori e complicazioni, che erano il mio lavoro quotidiano, si stemperavano nella dolcezza della sera, tra i profumi dei fiori, le grida degli animali notturni, i volteggi delle scimmie che si rincorrevano. Amavo l’Africa, la amo ancora e l’amerò per sempre’, ricorda Arbia.
Le chiedo allora se vivendo in quella villa isolata, o girovagando nei villaggi più sperduti per raccogliere le prove del genocidio, non abbia mai avuto paura. ‘La paura, o meglio le paure, hanno fatto parte della mia quotidianità’, risponde decisa. ‘Ogni giornata cominciava con un dramma o un problema e finiva con un altro. Nei villaggi, in caso di pericolo non avrei potuto contare molto sull’intervento di guardie con cui non potevo neppure comunicare e alle quali forse la mia vita interessava ben poco. Ero sola a combattere, sola con la mia scelta di continuare a cercare la verità: e questo ha prevalso su tutto, compresa la mia incolumità. Non penso di aver giocato con la mia vita, penso di averla investita senza riserve per una causa seria. Certo’, riconosce Arbia, ‘in alcune occasioni ho ricevuto minacce, ma ciò che mi ha turbata di più è stata la sorpresa di essere a volte riconosciuta e additata in luoghi che avevo sempre ritenuto sicuri: per esempio, in vari Paesi europei, alcuni ruandesi espatriati mi hanno identificata e altri mi hanno inviato biglietti con fiori neri. Un chiaro simbolo di morte’, conclude.
Celebrati i processi, terminato nel 2008 il suo lavoro in Ruanda, che cosa resta di quei nove anni in Africa? Il contatto con il “mosaico dell’orrore” dell’olocausto ruandese ha cambiato la sua visione della vita e degli uomini? ‘Il mondo e l’umanità mi sono apparsi più reali, con meno veli’, risponde.  ‘La fragilità di ogni essere umano e anche la fragilità delle istituzioni che gli esseri umani creano si sono mostrate più allo scoperto, come in dimensioni ingrandite. Come se io avessi visto attraverso una lente di ingrandimento situazioni, che possono esistere ovunque, in cui la dignità delle persone non ha più valore di fronte alle logiche di potere. Tuttavia aver dato un contributo a ricostruire le responsabilità del genocidio ha significato molto per me. Come giurista e come donna. Perché guardare negli occhi la verità è sempre la cosa più importante”.

 

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