Un’altra economia: il caso di Durham

Questo articolo è stato scritto da Costanza Rizzacasa d’Orsogna e originariamente pubblicato il 30 aprile 2016 su “Io Donna” con il titolo “In North Carolina le start-up rosa rilanciano l’economia”. E’ qui riportato a scopo divulgativo, in quanto riteniamo che le informazioni in esso contenute meritino di essere conservate e diffuse online.

“L’ultima gaffe è stata quella di Snapchat. Che ha pensato di risolvere la crisi di diversità sovrapponendo alla foto di ogni utente il copricapo rasta e le treccine di Bob Marley. E’ stato il finimondo. ‘E’ così che l’industria ci vede?’ hanno protestato decine di startupper neri. Prima ancora, ad una fiera, un Ceo aveva postato la foto dei tacchi a spillo di una donna, chiosando ‘Doveva essere un evento per imprenditori. Che cosa ci fa qui? #cervellononrichiesto’. I numeri raccontano la piaga. Secondo uno studio della Babson Business Scool, solo il 15 per cento delle aziende della Silicon Valley che ricevono finanziamenti venture capital ha una donna in un ruolo dirigenziale. Meno del 3 per cento ha una donna Ceo, e solo il 6 per cento dei soci delle società di venture capital è donna. I lavoratori afroamericani sono solo il 7 per cento del settore, gli ispanici solo l’8. E se non mancano esperimenti come quelli di Joelle Emerson, la cui società di consulenza usa i big data per segnalare le occasioni in cui assumendo donne e minoranze un’azienda avrebbe aumentato i profitti, gli analisti sono pessimisti. L’uniformità è consolidata, dicono: il problema andava affrontato all’inizio.

Il potere della parola “gratis”
Qualcuno lo sta già facendo. Altrove. A Durham, nel North Carolina, ribattezzata la Silicon Valley della diversità (c’è chi dice delle donne, sicuramente non di gay e trans dopo le misure discriminatorie contro le comunità Lgbt approvate dallo Stato). Cittadina dal grande passato industriale, qualche decennio fa pullulava di operai del tabacco. Ma dopo la contrazione dell’industria manifatturiera, era stata abbandonata. Le enormi fabbriche deserte, migliaia di posti di lavoro perso. Oggi invece Durham è al centro di un piano di rilancio dell’economia locale. I vecchi stabilimenti brulicano di nuovo di lavoratori, ma di tutt’altra schiatta: imprenditori e dipendenti di start-up. Nel 2011, l’amministrazione locale ha iniziato a offrire spazi lavorativi, consulenza e wi-fi gratuiti. Un credito fiscale diretto ai media digitali interattivi ha dato a molti la possibilità di svilupparsi. E bonus in moneta della Camera di Commercio sono stati destinati a chi aprisse nuove aziende, creando posti di lavoro. Ha funzionato. A Durham sono nati ed arrivati decine di incubatori, centinaia di start-up. E i frutti si vedono. Negli ultimi due anni, sono state proprio due start-up locali ad aggiudicarsi il Demo Day di Google, sull’azienda che più riesce a convincere un pool di noti investitori.

La carica delle 300 start-up
Durham non aveva alcuna voglia di replicare la Silicon Valley. ‘Se fondi un polo oggi, nella seconda ondata dell’hi-tech, hai delle responsabilità in più’, spiega Adam Klein, chief strategist di American Underground, uno dei sette incubatori tecnologici di Google nel Nord America e il più grande in città. ‘La Silicon prospera, ma non è in grado di spostare l’asticella della diversità. Noi che siamo appena nati possiamo farlo dall’inizio. Un hub inclusivo, una contro-narrativa dell’hi-tech’. Quando ha aperto a Durham, nel 2012, AU ospitava 25 start-up: ora ne ha dieci volte tante, con finanziamenti per 30 milioni di dollari e più di 400 posti di lavoro creati. E delle società entrate in AU nel 2015, più del 30 per cento è guidato da donne, il 22 per cento da minoranze. Una percentuale ben più alta che altrove. E non solo gli startupper appaiono entusiasti all’idea di far parte di una comunità strategicamente costruita per essere inclusiva, piuttosto che lottare per diversificare una forza lavoro già uniforme, ma anche i big dell’imprenditoria e i venture capitalist chiamati a sostenere le start-up non sono i soliti maschi bianchi.

L’importanza delle università
Anche le università sono cruciali. AU ha contattato la vicina North Carolina Central University, istituzione storicamente nera, per coinvolgere gli studenti nelle nuove attività. E all’Innovation and Entrepreneurship Lab della prestigiosa Duke University, le minoranze costituiscono il 50 per cento degli studenti. Un anno fa è stata una donna, l’ex studentessa di origini venezuelane Tatiana Birgisson, 25 anni, a sbaragliare la concorrenza al Google Demo Day con una start-up di bevande energetiche naturali. Si è aggiudicata un finanziamento di 100mila dollari del co-fondatore di Aol, e oggi la sua Mati Energy è venduta in tutto il Paese.

Silicon Valley:
– 15%: aziende con finanziamenti venture capital e donne executive manager;
– 3%: aziende con finanziamenti venture capital e donne Ceo.

Durham:
– 30%: aziende di American Underground guidate da donne;
– 22%: aziende di American Underground condotte da altre minoranze.

 

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