Obiezione di coscienza? No, grazie!

Il 23 marzo ho assistito alla conferenza “Obiezione di coscienza? No, grazie! Gli stereotipi di genere e la libertà delle donne“, organizzata da Studenti Indipendenti presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, ospiti la dottoressa Lisa Brambilla del Dipartimento di Scienze dell’Educazione ed Eleonora Cirant, membro di Non Una di Meno e giornalista freelance.
Voglio condividere con voi le note di questo momento di riflessione sulle questioni di genere, che è servito anche per condividere una prospettiva dichiaratamente femminista all’interno dell’Università.

L’intervento di Eleonora Cirant (di cui potete seguire il blog, Racconti del corpo) è iniziato parlando del contesto, quello della violenza di genere come fenomeno strutturale che permea anche le relazioni intime e quotidiane fra ragazzi e ragazze, fra uomini e donne, creando uno squilibrio di potere che impedisce di riconoscersi nella reciprocità.
Citando il libro “La grande beffa” dell’antropologa Paola Tabet, ha illustrato come in quasi tutte le società si abbia in qualche forma il continuum dello scambio sessuo-economico come conseguenza della distribuzione ineguale di potere e risorse.
Il modo in cui esso si manifesta è il matrimonio, la cui etimologia è “mater munus“: il diritto sopra la madre, per cui la maternità viene posta sotto la sfera del diritto, a servizio del pater familias, e si ha l’espropriazione della capacità riproduttiva e del potere della donna. Il patriarcato si esprime quindi attraverso il duplice controllo della sessualità e delle risorse, in modo da implementare questo scambio sessuo-economico a tutti i livelli della società.

E’ in questo contesto che vanno letti i due modelli di sessualità individuati da Barbaglio e altri nel saggio “La sessualità degli italiani“, il “modello predatorio” dell’uomo e il “modello della donna perbene”. Cirant ha sottolineato che, sebbene la sessualità femminile si sia evoluta oltre questo modello dagli anni ’70 in poi, quella maschile non ha seguito un percorso analogo e il “modello predatorio” della sessualità maschile, quello per cui l’uomo è cacciatore e il sesso è fonte di status, è ancora saldo anche fra i giovani.
Anche per questo, attualmente, l’onere della contraccezione pesa sulle donne, c’è ancora resistenza maschile all’uso del profilattico, e il 30% delle coppie usa come sola forma di contraccezione il coito interrotto, la cui affidabilità è molto bassa.

Intervistando donne che hanno abortito, Cirant nota che i sentimenti prevalenti includono il senso di colpa per aver fallito la contraccezione, il senso di vergogna che deriva dallo stigma, la paura che accada di nuovo e la rabbia verso il partner.
Nota poi che, al contrario di quanto è avvenuto con la Legge 40, che è stata smantellata dalle sentenze della Corte Costituzionale per merito di tutte le coppie che hanno fatto ricorso per tutelare i propri diritti, un analogo processo non si è verificato con la Legge 194, per cui le donne non hanno fatto battaglie di anni in tribunale a tutela del diritto di abortire.
Cirant ha quindi illustrato la situazione in Lombardia, in cui vige il principio di sussidiarietà e di totale parificazione fra pubblico e privato, che nel caso in questione è espresso da una legge regionale del 2000 che consente, ad esempio, l’accreditamento presso la Regione di consultori e altri centri che praticano l’obiezione di coscienza di struttura, cosa che è esplicitamente vietata nella legge nazionale 194/1978. Tuttavia, nessun ricorso contro questa irregolarità è stato ancora portato ai tribunali.

Secondo Cirant non è corretto che l’obiezione di coscienza sia un’operazione facile e priva di conseguenze, che si svolge semplicemente portando una dichiarazione scritta al direttore generale della struttura per cui si lavora, e sostiene che dovrebbe essere regolamentata più strettamente, come avveniva per l’obiezione di coscienza alla leva militare, che andava argomentata presentandosi di fronte a una commissione e comportava l’obbligo sostitutivo del servizio civile. Ha osservato poi che l’aborto non è solo un diritto, ma una pratica a tutela della salute della donna, ma questo aspetto spesso è misconosciuto o negato; eppure, in considerazione del fatto che gli ospedali che praticano più parti ricevono per questo motivo maggiori finanziamenti, e che gli ospedali dove la donna è più rispettata e tutelata nel parto di solito sono gli stessi dove è possibile abortire (perché l’obiezione di coscienza verso l’aborto è una forma di violenza ostetrica, in quanto nega l’accesso a una pratica medica di cui la donna ha bisogno), si potrebbe pensare di aumentare i finanziamenti agli ospedali, e la remunerazione dei singoli medici, sulla base del numero di aborti svolti.

L’intervento della dottoressa Lisa Brambilla ha messo a tema la mancata applicazione della legge 194 come una pratica di “educazione” (intendendo, in senso ampio, con questo termine ogni esperienza culturale che trasmette un messaggio, che “insegna” qualcosa) di genere violenta e aggressiva, che partecipa della mancanza di cultura di genere in Italia. La difficoltà ad esigere questo diritto “insegna” alle donne l’impraticabilità del proprio diritto, lo scarto tra legge e realtà, la mancanza di reali diritti negli ambiti che coinvolgono il corpo e la sfera privata.

Questa mancata applicazione riflette un modo sociale e culturale implicito di considerare il corpo femminile, cui è dato valore solo se si inscrive nella sfera della riproduzione o della sessualizzazione. Il potenziale del corpo femminile si può esprimere solo nei binari previsti dalla società, non siamo ancora ad una piena autodeterminazione del proprio corpo. Questo perché la cultura non dà valore a ciò che è femminile, in senso ampio.

Inoltre sottolinea la difficoltà a far passare l’idea del continuum fra la matrice di misoginia e di violenza quotidiana e i problemi “punta dell’iceberg” come il femminicidio o la drammaticità dell’obiezione di coscienza. Secondo Brambilla, l’obiezione di coscienza e in generale la difficoltà d’accesso all’IVG può essere concepita come una “punizione”, anche se non intenzionale, per la donna che vuole abortire: la mentalità implicita è che l’aborto non debba essere facilmente accessibile, che il percorso in qualche modo debba essere tortuoso e penoso, non lineare e accogliente per la donna.

Ha poi ribadito la scarsa presenza della dimensione di genere nella progettazione dei servizi educativi, di cui l’esempio più evidente è la mancanza di educazione alla sessualità, e come questa assenza sia più forte nella scuola dell’obbligo, mentre nell’università, seppur sporadicamente, c’è una sensibilità maggiore verso queste tematiche.

Annunci

2 commenti

  1. per fortuna il matrimonio di oggi in occidente non è più quello del Medioevo (anche se la mentalità di alcuni uomini..), i rapporti tra i coniugi dovrebbero basarsi sull’amore, si spera

    Mi piace

    • Il modo in cui il matrimonio è evoluto nei secoli, da contratto per garantire la paternità legittima a rito simbolico d’amore, è straordinario. E’ il riflesso del passaggio da una società dove la comunità determinava il singolo ad una dove, tutto sommato, l’individualità del singolo è libera di esprimersi e di trovare la propria strada.

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...