Le leggi “contro il femminicidio” sono inefficaci se non si accolgono le nostre denunce. 

Mentre la stampa informa che la legge per inasprire l’uxoricidio ( e altri interessanti diritti) passerà al Senato, la sentenza da parte della Corte di Strasburgo, la prima per violenza domestica rivolta all’Italia, che contesta il nostro Paese per mancata tutela di una donna che si è vista uccidere il figlio ed essere vittima di tentato omicidio malgrado numerose violenze denunciate è passata quasi in sordina. 

Elzavheta, fa parte di quelle poche donne in Italia che sono riuscite a denunciare i maltrattamenti subiti in casa ma di quelle troppe che malgrado le denunce non hanno avuto protezione finché non sono morte loro ( o quasi) o i loro figli. 

La donna nel 2012 denuncia per la prima volta Andrej Talpis, suo marito ubriaco che la stava picchiando. In quella occasione la polizia, malgrado i segni di percosse non mise a verbale la violenza limitandosi soltanto a tranquillizzare l’uomo. La seconda occasione arriva poco dopo quando l’uomo aggredì la donna con un coltello e la polizia in quella occasione mise a verbale soltanto il “porto d’armi abusivo” ma non l’aggressione. Dopo queste denuncia ne arrivano altre ancora senza nessun intervento contro l’uomo. Fino alla notte di agosto 2013 quando dopo altre percosse sulla moglie, la polizia portò l’uomo ubriaco in ospedale senza ancora nessun arresto a suo carico. L’uomo dopo le cure viene dimesso la stessa notte ed è in quella occasione che accoltella e uccide Ion, il figlio di 19anni intervenuto in difesa della madre che l’uomo voleva punire per averlo di nuovo denunciato. Dopo aver ucciso il ragazzo insegue la moglie per strada e la pugnala lasciandola in terra ferita. La donna viene ricoverata in rianimazione ma per fortuna si salva.

Il caso viene presentato dagli avvocati della donna alla Corte di Strasburgo che infligge una condanna in Italia per discriminazione fondata sul genere (art 14) poiché la Talpis non è stata ascoltata in quanto donna dalle autorità che con la loro condotta hanno dato consenso alla violenza creando un clima di impunità che ha consentito l’uomo di reiterare le sue azioni violente fino all’omicidio. La Corte ha condannato l’Italia anche per la violazione dell’articolo 2 (diritto alla vita), 3 (divieto di trattamenti inumani e degradanti) della convenzione europea dei diritti umani. I giudici hanno riconosciuto alla ricorrente 30 mila euro per danni morali e 10 mila per le spese legali.«La donna aveva denunciato più volte, aveva anche chiesto aiuto, ma il Comune non aveva ritenuto la situazione così grave» spiega Carrano, precisando che «il marito il giorno stesso in cui ha poi ucciso il figlio e ferito gravemente la moglie era stato fermato in stato di ubriachezza ma era stato poi rilasciato».

La storia di Elizaveta Talpis e di suo figlio non è altro che una delle tante in cui noi donne non veniamo ascoltate. Tante vicende che non arrivano nemmeno in tribunale, complice una cultura maschilista che ancora approva la violenza domestica. 

Sono sufficienti, dunque, inasprimenti delle pene soprattutto quando si è già morte? 

I media e i politici si aspettano che le donne denuncino ma spesso questo è impossibile se poco dopo ti riconsegnato al tuo carnefice o i tribunali emettono condanne troppo blande o rilasciano i violenti. La violenza sulle donne nonostante tante parole e le nostre sufficienti leggi continua ad essere giustificata, continua ad essere quasi normale che un marito picchi o cerchi di riprendersela con le forze se lei lo lascia per le troppe violenze.

L’italia è un paese ossessionato con le leggi. Si pensa che coprendo un buco attraverso una legge si risolva ogni problema e che denunciare sia sufficiente, ma bisognerebbe agire a livello culturale o piuttosto lavorare sulle leggi già esistenti. Ad esempio legge italiana contro la violenza domestica (572 c.p.) è inserita tra i delitti contro la famiglia“, assieme all’adulterio (abrogato) e procede solo su una condotta cumulativa. Quella contro lo “stalking” sposta l’attenzione addirittura su un qualcosa di soggettivo come lo stato d’animo della vittima offesa piuttosto che sull’azione dell’autore. E, infine, quella contro la violenza sessuale si basa ancora sull'”onere di resistenza” piuttosto che sul mancato consenso. ll problema è il familismo che nel nostro paese è talmente forte da essere quasi un ostacolo per chi denuncia perché si antepone al benessere dei membri al suo interno o l’idea che le donne siano naturalmente bugiarde e per questo è utile che provino in ogni modo di aver subito violenza.

Inoltre continuamo ad essere attaccati ad una cultura delle leggi, che non possono funzionare se non vengono applicate, se le nostre denunce non vengono verbalizzate, se i processi durano talmente troppi anni che ormai i reati cadono in prescrizione come il caso di un uomo che ha abusato di una bambina di soli 7 anni; se non si assistono le vittime e se il governo non vede come priorità quello di finanziare i centri antiviolenza, gli unici che possano dare protezione legale, professionale e psico-fisica alle vittime e risocializzare i carnefici lavorando sulla loro psiche e sulla loro cultura.

Oppure sarebbe piuttosto necessaria una legge che consenta a polizia e carabinieri, di emanare provvedimenti preventivi e cautelativi, rapidi ed efficaci, per poter prevenire questi fatti, anziché aspettare che le donne o altri famigliari vengano uccisi o gravemente feriti.

Ciò che serve, inoltre, è che l’Italia attui un cambiamento culturale o prenda esempio da quei paesi, come Spagna e Svezia, dove personale medico e polizia vengono formati ad affrontare queste situazioni, perché il problema sembra proprio questo: la denuncia della donna, volente o nolente, spesso si ferma già quando arriva al pronto soccorso o negli uffici di polizia

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