Suicidarsi non è la soluzione giusta per una ragazza violata da una vendetta porno

La sensazione che provo dopo aver ascoltato le parole di Elisabetta Sterni, la ragazza umiliata sul web dopo una vendetta porno da parte del suo ex, è di liberazione.

È come se dinanzi ad una pressione così forte come lo slut-shaming si avesse la senzazione di sentirsi alleggerite da chi riesce con coraggio a ritrovare una forma autolegittimazione femminile attraverso la propria libertà di parola, dopo anni ad aver subito oppressioni sulla nostra sessualità e “oggettificazione” mediatica  per ammiccare unicamente a quel piacere maschile come fosse un totem, maestri dei porn revenger.

Sensazione che già sentivo quando Diletta Leotta scendeva le scale di Sanremo, senza rinunciare a vestiti aderenti (per recitare la parte della vittima), per dire davanti milioni di telespettatori che bisogna denunciare e che suicidarsi non è una via giusta per ottenere la dignità violata da una vendetta porno. E non dovrebbe esserlo in un paese in cui si ritiene che la vita delle donne non valga la metà di quella dell’uomo.

“Non sceglierò di fare la fine di Tiziana Cantone”, dice Elisabetta con gran voce. Elisabetta non ha potere come Diletta Leotta, è una come tante, ma anziché scegliere la strada della vergogna e il suicidio che pare essere diventata l’unica via possibile per recuperare la dignità perduta, ha scelto di andare avanti a testa alta e denunciare perché ciò che ha subìto è reato e lei è la vittima a cui vanno tutte le tutele per recuperare quella dignità violata.

È la prima volta in Italia che la stampa dia spazio alle donne non solo in qualità di vittime sconfitte. È la prima volta che una donna non famosa decida di comparire col suo nome e dire con coraggio che la sua vita è preziosa, soprattutto se prima si dava spazio alla legittimazione del molestatore all'”esserselo cercata” e la voce della vittima e delle abusate cadeva in una sorta di “spirale del silenzio” e ciò ( diciamolo) assieme a tutti i suicidi balzati alle cronache faceva sentire le ragazze più sole con esiti che già conosciamo.

Le reazioni del web si dividono tra chi le ha dà sostegno, anche da parte di quelle che prima non avevano coraggio di parlare, quelle che magari sono state vittime di vendette porno; e quelli che “è una stronza, una puttana, perché vuole cavalcare l’onda per diventare celebre”, stesse accuse rivolte a Diletta Leotta.

Quelli che fino a ieri piangevano Tiziana Cantone perché “vittima del webbeh”. Perché se una donna si suicida diventa subito vittima ma se sceglie di non farlo -osando pure di continuare a sorridere- viene accusata di essere una puttana o una stronza per nulla rammaricata o pentita?

Siamo abituati ad un immaginario femminile che elogia la sua sottomissione. Fanno paura, quindi, le donne ribelli, quelle forti che decidono di non piegarsi nel loro ruolo femminile ancora dato per naturale. Quelle che decidono di non annullarsi perché donne. Ecco perché chi piange (va ) Tiziana Cantone, e speravano che Elisabetta faccia la stessa fine la ricoprono ora di insulti.

Di fronte all’umiliazione subita da Elisabetta c’è ora un uomo sconfitto perché un uomo non può accettare una sconfitta, che si traduce nel veder la sua vittima che esce sorridente a testa alta dall’anonimato e/o pronta a denunciare nonostante il gesto subito.

Perché io ho scelto di stare dalla sua parte? Non è solo una questione di femminismo, non è solo dovuto al fatto che è una donna come me. Se in un paese come questo due stronzi che filmano due rom chiuse da loro in una gabbia per rifiuti (ritraendosi pure con le loro facce da ebete) diventano degli eroi e poi vittime se licenziati dal supermercato, allora non posso vergognarmi se per me l’eroina è invece Elisabetta perché nessun paese normale può elogiare la violenza e condannare l’amore, soprattutto quello che fa una ragazza innamorata con il suo fidanzato ( di cui si fida ciecamente) che nonappena mollato decide di rovinarle la vita.

E, infine, ricordo che chi continua a giustificare gli uomini che nonappena mollati da una donna compiono azioni volti a distruggerla sta anche dando un implicito consenso al femminicidio, che avviene per i medesimi motivi.

E concludo col dire che quello che fa nel privato una femmina ( qualsiasi cosa faccia di lecito) non dovrebbe in una società realmente civile diventare un motivo per etichettarla o farle pressioni di slut-shaming, perché sono convinta che se ci fossero le telecamere nelle vostre case si scoprirebbe ben peggio rispetto al sesso orale che fa una ragazza ad un adulto consenziente. 

Aggiungo altre note dolenti: informo che a tutte piace il sesso e tantissime lo fanno col proprio “moroso” o lo hanno fatto ( per fortuna!) e se la ragazza stesse usando il torto subito per farsi pubblicità è sempre comunque meglio che suicidarsi ( o che se la facciano altri sul suo corpo). 

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