Questioni demografiche e questioni di genere: America Latina

NOTA: Tutti i dati e le citazioni virgolettate sono tratti da “Demografie” (2011) di Giuseppe A. Micheli, professore di Demografia presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca.

L’America Latina è caratterizzata da forte disuguaglianza interna ai singoli Stati e disparità sociali molto rilevanti. “L’esclusione sociale, la povertà, la marginalizzazione portano i segni della discriminazione razziale e di genere e sono correlati alle generazioni. La povertà fra i bambini è 1,7 volte più elevata di quella degli adulti – l’estrema povertà nel 2002 colpiva 41 milioni di bambini e 15 milioni di adolescenti – e la popolazione anziana è la meno indigente. Le donne sono più a rischio di povertà degli uomini, ma le minoranze etniche – indigeni e afro-discendenti – lo sono più di tutti, rischiando la povertà fino a oltre tre volte in più della popolazione dominante.”

Tuttavia, “la povertà si è decisamente ridotta negli ultimi due decenni […], ma questo è avvenuto soprattutto per effetto di crescita della ricchezza da lavoro (85%), molto meno per effetti distributivi veri e propri (15%). Questo ha consolidato una concentrazione del reddito fra le più alte al mondo: una persona ogni quattro vive in condizioni di povertà, due di queste sono indigenti”.

Guardando i lati positivi, “Tra il 1990 e il 2003 il tasso di mortalità infantile è sceso dal 56 al 33 per mille. Questo risultato è il frutto di oculate politiche di diffusione delle vaccinazioni, di azioni in favore dell’allattamento, di messa a disposizione di servizi sanitari di base [come] la nascita con personale qualificato e la cura dei bambini sottopeso.” Ciononostante, “la malnutrizione è molto diffusa [e] 4 milioni di bambini sotto i cinque anni ne soffrono (il 7,3% del totale dei minori di quell’età). […] La mortalità infantile è strettamente associata a fattori economici […] e sociali, come l’istruzione della madre e la disponibilità di buone condizioni igieniche.”

Anche in questo continente, “Mortalità materna e complicazioni da parto rappresentano un serio problema sanitario […] : ogni anno muoiono circa 20.000 donne per complicazioni legate al parto; in dodici Paesi si contano 100 morti ogni 100.000 parti. La relazione tra mortalità materna e accesso tempestivo a cure adeguate è talmente forte che in molti Paesi la prima viene utilizzata come indicatore indiretto di disuguaglianza: la maggior parte delle donne che muore per cause legate alla gravidanza è povera, indigena, con bassi livelli di scolarità e residente in aree rurali. Il 72% del tasso di mortalità materna è spiegato dalla scarsa assistenza al parto o subito dopo. Più del 20% delle partorienti, del resto, non fa le quattro visite raccomandate e il 13% non partorisce in un centro specialistico incrementando così i rischi di salute per sé e per i figli.”

“Circa la metà delle gravidanze […] non è intenzionale benché la prevalenza contraccettiva sia elevata. Il 24% di queste gravidanze ha come esito l’aborto anche se quasi ovunque è illegale e quindi insicuro. Il bisogno non soddisfatto di contraccezione è molto alto: nel 2008 una donna su quattro avrebbe voluto evitare una gravidanza, ma non assumeva contraccettivi; fra le adolescenti solo poco più della metà usa metodi contraccettivi moderni. Questo spiega il gran numero di gravidanze delle adolescenti di questa regione, un fenomeno particolarmente grave dato che i rischi di morte a queste età sono cinque volte superiori a quelli delle adulte.”

“Spesso si giustifica l’assenza di politiche in favore della salute sessuale e riproduttiva con la povertà, ma […] stime credibili dimostrano che fornire contraccettivi moderni a chi ne ha bisogno […] incrementa i costi del family planning ma riduce il numero di gravidanze non intenzionali e quindi i costi derivanti dalla mortalità materna. Del resto, se il family planning non fosse realizzato allora bisognerebbe sostenere i costi dell’assistenza alle donne in gravidanza stimati in 2,2 miliardi di dollari, cifra che scenderebbe a 1,5 se tutte le gravidanze non desiderate fossero evitate. [Questi costi] si tradurrebbero in benefici immediati senza costi aggiuntivi: le gravidanze indesiderate si ridurrebbero da 10 a 3 milioni all’anno, le donne che ricorrono all’aborto si dimezzerebbero e si ridurrebbero drasticamente le cure in conseguenza di aborto insicuro.”

Purtroppo, in molti Stati dell’America Latina la cultura religiosa dominante, di matrice cattolica, ha portato alla creazione di legislazioni molto restrittive sull’aborto, dei cui drammatici effetti abbiamo avuto troppe testimonianze in passato, con storie di donne e ragazze morte inutilmente e atrocemente. Anche la violenza maschile sulle donne è forte, e sebbene non abbia dati precisi posso supporre che rivesta un ruolo saliente in quel 50% di gravidanze non intenzionali.
Guardando il lato positivo, i Paesi dell’America Latina hanno mobilitazioni di donne attive nella tutela dei diritti e nella protezione reciproca molto agguerrite e tenaci, pur trovandosi ad operare in contesti dove rischiano la vita. E questo fa sperare che il cambiamento culturale possa essere un orizzonte meno inarrivabile di quanto sembri in questi anni. Perché se in Asia e in Africa i problemi sono principalmente strutturali, in America Latina sono culturali, e come tali – se ci fosse la volontà di risolverli – risolvibili.

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