Questioni demografiche e questioni di genere: Asia

NOTA: Tutti i dati e le citazioni virgolettate sono tratti da “Demografie” (2011) di Giuseppe A. Micheli, professore di Demografia presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca.

L’Asia è un continente in transizione, con molta diversità fra le situazioni nazionali dei Paesi che la compongono, ma anche rilevanti tratti comuni. Il primo è lo sviluppo economico: il tasso medio di crescita del PIL fra 1986 e 2006 è stato del 2,5%, e nonostante i rallentamenti dovuti alla crisi, il trend di crescita non si è interrotto nemmeno in anni più recenti. Questo ha due conseguenze: “Lo sviluppo economico […] ha ridotto la povertà, anche se sono ancora quasi due miliardi le persone che vivono con meno di due dollari al giorno e se, nonostante tutto, le disparità interne si sono acutizzate – fra aree rurali e urbane, fra aree centrali e remote, fra maggioranze e minoranze etniche”.

Inoltre, il continente asiatico ha rapidamente avviato il processo di transizione demografica: “Nel 1950 la fecondità media di questi Paesi era intorno ai sei figli per coppia, oggi è al livello di rimpiazzo. […] con la speranza di vita alla nascita cresciuta di 22 anni fra il 1950 e oggi“. Tralasciando i Paesi pienamente industrializzati (Giappone, Singapore, Corea del Sud…), osserviamo che: “l’Asia centro-meridionale è nelle condizioni di sopravvivenza peggiori soprattutto per quanto riguarda i minori, ma anche gli indicatori sociali – la disponibilità di acqua potabile e i parti con l’ausilio di personale specializzato – sono decisamente su livelli critici. Quest’area mostra anche il tasso di fecondità totale più elevato e la maggiore propensione alla maternità precoce. […] I Paesi orientali di più recente transizione (Bangladesh, Pakistan…) condividono con quelli più arretrati la maggiore probabilità di morire entro il quinto compleanno delle bambine rispetto ai bambini. […] nel resto del mondo la mortalità infantile delle bambine è circa l’80% di quella dei bambini“.
Per questo motivo questa probabilità è un indicatore sentinella “della presenza di società, anche economicamente e politicamente differenti, ma unite dalla sostanziale discriminazione a sfavore del genere femminile“.

La netta riduzione dei livelli di fecondità in Asia ha molteplici cause: la “condivisione dell’idea che il Pianeta non avrebbe retto l’urto della ‘bomba demografica’, e in special modo i Paesi di quella parte del mondo”, la “decisione della World Bank di subordinare la concessione di prestiti all’attivazione di programmi di controllo delle nascite”, ma anche un tempismo fortuito: “Le politiche di controllo delle nascite […] hanno intercettato un bisogno reale di riduzione della fecondità fra le coppie indotto anche dalla modernizzazione e dallo sviluppo economico”, generando così “un circolo virtuoso che ha accelerato il processo”. Esso è avvenuto in tempi rapidissimi, senza precedenti: alla metà degli anni ’70 la situazione era ancora simile a 20 anni prima, la riduzione si è concentrata tutta in circa 40 anni.

Attenzione, però: questo risultato “non significa che la popolazione asiatica stia riducendosi. Proprio per la forte discrepanza fra mortalità e natalità del passato – circa due decenni separano il declino della prima dalla seconda – la forbice fra questi indicatori [genera] il fardello demografico dell’Asia. […] Anche se la fecondità è molto ridotta e al livello di rimpiazzo, la popolazione asiatica continua comunque a crescere perché le generazioni di donne in età riproduttiva sono numerose a causa dell’alta fecondità del passato. In altri termini, anche se la domanda effettiva di figli si è drasticamente ridotta e la norma è ormai sul livello di rimpiazzo, il momentum di popolazione definito nella lezione precedente agisce sulla crescita”.

“Un fenomento […] molto consistente e correlato al declino della fecondità è la mascolinizzazione della popolazione asiatica. Mentre in tutti i Paesi del mondo la transizione demografica è stata accompagnata dalla diminuzione del numero di uomini per la migliore sopravvivenza femminile […] nel 2005 in Asia mancavano all’appello 163 milioni di donne; il gap tra uomini e donne si è più che triplicato fra il 1950 e il 2000. I motivi che determinano la scomparsa delle bambine sono due: l’alterazione dei rapporti tra i sessi alla nascita e la diversa intensità della mortalità infantile. L’innalzamento del rapporto a favore dei maschi è dovuto all’aborto selettivo per sesso […]: l’introduzione di tecniche di salvaguardia della salute riproduttiva – ecografia, amniocentesi soprattutto – […] ha messo le coppie nella condizione di accertare il sesso del feto e selezionarlo […]. L’abortività inoltre aumenta con l’ordine di nascita: tanto più questo è elevato tanto più elevato è il rapporto, a testimonianza del fatto che si vogliono meno figli ma di un particolare sesso”.
La dinamica, ovviamente, è più accentuata in Cina a causa della politica del figlio unico, i cui effetti non saranno reversibili nel breve periodo.

“La scarsità di donne è dovuta anche alla maggiore mortalità delle bambine. In quasi tutti i Paesi del mondo le differenze di genere di questo indicatore sono del 20% a favore delle bambine, ma non in Asia e soprattutto non in India e in Cina. La super mortalità infantile delle bambine non è un fatto biologico, ma sociale; è il frutto di strategie familiari che graduano l’importanza dei propri membri in base al genere. […] le bambine sono allattate meno volte al giorno e per meno tempo, ed è ritardato anche il momento delle cure in caso di bisogno“.

“I prerequisiti perché attraverso aborto selettivo o negligenza una società in fase transizionale si mascolinizzi sono:
– le coppie devono avere accesso a metodi efficienti per alterare la distribuzione casuale e biologica del sesso;
– la selezione per sesso deve essere desiderabile e socialmente accettabile. Nei Paesi dove la mascolinizzazione è più intensa, la società è più discriminatoria nei confronti delle donne;
– la selezione deve essere vantaggiosa. Sotto il profilo economico in molti Paesi asiatici i figli, e non le figlie, assicurano il mantenimento delle generazioni anziane per il sistema patrilocale e sono sempre i figli i titolati a proseguire il lignaggio familiare per la patrilinearità del sistema culturale“.

A causa di questo perdurante squilibrio, “fino al 2050 la predominanza maschile sarà netta indipendentemente dai rapporti fra i sessi alla nascita a venire“, cioè anche qualora a partire da oggi si inverta la tendenza all’aborto selettivo. Le ripercussioni più rilevanti riguardano “la competizione sul mercato matrimoniale […]: la Cina, il Paese da più tempo coinvolto nella scomparsa delle bambine, racconta di un aumento significativo dei traffici di donne e bambine a fini di prostituzione o matrimonio.”
A questo proposito, la sezione diritti umani del Dipartimento di Stato americano nel rapporto 2007 annota: “la penuria di donne in età matrimoniale aliment[a] la domanda di rapimenti femminili soprattutto nelle aree rurali. Alcuni uomini reclutano le donne dalle regioni più povere mentre altri chiedono aiuto alle organizzazioni criminali”.

In conclusione, se dal punto di vista della sovrappopolazione l’Asia si trova in una condizione favorevole dovuta al compimento della transizione demografica, il fatto che questa transizione sia avvenuta in un contesto fortemente patriarcale ha generato squilibri che richiederanno decenni per essere colmati e che generano ulteriori conseguenze negative sulla pelle di ragazze e bambine più svantaggiate. Come sempre, l’emancipazione e il cambiamento culturale sono le chiavi per affrontare questi problemi.

 

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Un commento

  1. L’ha ribloggato su Il Ragnoe ha commentato:

    Per Doppio Standard proseguo la mia serie di post focalizzati sull’intreccio fra demografia e questioni di genere, a riprova del fatto che le questioni relative ai diritti delle donne hanno un impatto che si espande come cerchi nell’acqua finendo per toccare ogni tematica sociale rilevante. Non potrebbe essere diversamente, visto che le donne sono il 51% della popolazione mondiale…un rapporto che proprio in Asia risulta squilibrato.

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