Sovrappopolazione e family planning

NOTA: Tutti i dati e le citazioni virgolettate sono tratti da “Demografie” (2011) di Giuseppe A. Micheli, professore di Demografia presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca.

La sovrappopolazione, e con essa le alterazioni nel rapporto popolazione-risorse, negli ultimi decenni continua ad essere un tema caldo nei dibattiti sul futuro del mondo. I Paesi in via di sviluppo, in particolare, sono divisi in “due gruppi distinti: uno quasi esclusivamente africano, con fecondità superiori ai quattro figli per donna e speranze di vita alla nascita molto contenute. L’altro, composto da gran parte dei Paesi asiatici e dell’America latina, si dispone in un “corridoio” caratterizzato da livelli di fecondità entro i tre figli, ma con un’elevata variabilità nella sopravvivenza” (intesa come speranza di vita alla nascita). “La povertà, tratto distintivo di questi Paesi, agisce sui livelli di fecondità indirettamente, soprattutto attraverso la mortalità infantile. A parità di condizioni, infatti, la domanda di figli è correlata alla sopravvivenza dei bambini: tanto più questa è bassa, tanto più la propensione a procreare delle coppie è elevata; inoltre è più intensa sulle prime parità e, in alcune aree del mondo, dipendente dal genere”.

“L’allargamento del numero di Paesi ormai al livello di rimpiazzo (due figli per donna, ndr) significa che la crescita della popolazione del pianeta sta rallentando ovunque. Un’ulteriore riduzione della fecondità sarebbe possibile se il family planning fosse diffuso.”
“Il concetto di bisogno non soddisfatto di contraccezione è stato sviluppato 25 anni fa da Charles Westoff” e si basa su una serie di domande volte a individuare le donne fertili che si trovano in uno stato di gravidanza non voluto e quelle che, non essendo incinte, desiderano posticipare una gravidanza o non avere figli, considerandole espressione di un bisogno non soddisfatto di contraccezione, appunto. Secondo inchieste condotte con questa procedura, nei Paesi in via di sviluppo ci sono 137 milioni di donne che pur non volendo altri figli, non utilizzano alcun metodo di controllo, il che porta a “76 milioni di gravidanze annue non pianificate, metà delle quali con esito abortivo“. “La domanda di contraccezione potenziale espressa dal bisogno in Africa riguarda soprattutto la cadenza delle nascite: salvo poche eccezioni il bisogno di distanziare le nascite in ciascun Paese supera quello di limitare le nascite. […] La messa a disposizione di mezzi contraccettivi è una condizione importante ma non sufficiente affinché la fecondità si riduca, perché la propensione a procreare non è un fatto meccanico, ma il risultato di fattori sociali e del sistema valoriale“.

“La soddisfazione del diritto ad avere il numero di figli desiderato e secondo il proprio calendario […] ridurrebbe del 35% la fecondità in America latina, del 20% quella in Africa meridionale e orientale, del 15% quella in Asia e in Africa occidentale“.  Il fatto che la fecondità sia in declino per ragioni contingenti relative al momento storico, tuttavia, non significa che sia ragionevole ridurre gli investimenti nel family planning: “ridurre incentivi, disincentivi e disponibilità di servizi può significare rallentare la dinamica virtuosa in atto – fatto che per esempio sta già avvenendo in Paesi come Ghana e Kenya – al punto da compromettere l’obiettivo ONU di contenimento entro i 9 miliardi della popolazione del Pianeta nel 2050. […] Nei Paesi poveri le risorse a disposizione per interventi di tipo sociale, umanitario, economico sono scarse e la loro allocazione avviene sulla base di una graduatoria di priorità. Proprio nel corso dell’ultimo decennio il family planning ha perso posizioni a favore di altri ambiti di intervento: i fondi destinati ai programmi di prevenzione dell’AIDS sono aumentati del 300% circa, quelli a favore del controllo delle nascite si sono ridotti del 30%“.

“L’efficacia della spesa dovrebbe essere valutata direttamente per il suo impatto sulla salute e indirettamente per gli effetti che si riverberano sul sistema […]. Famiglie di dimensioni ridotte migliorano le prospettive economiche del nucleo, e intervalli fra le nascite più lunghi migliorano le condizioni dei bambini, riducono la mortalità materna, recando altresì benefici alla vita dei bambini stessi e ridotti costi di cura. Famiglie meno numerose più facilmente consentono la conciliazione fra maternità e lavoro extra-domestico delle donne che possono divenire forza lavoro, produttrici di reddito, e quindi elementi positivi dello sviluppo. Una crescita demografica moderata indotta dalle politiche allenta la pressione sulle risorse del Paese, contribuisce a ridurre le ineguaglianze e nel medio periodo genera un effetto strutturale positivo nel senso che le generazioni in età lavorative sono relativamente più consistenti e, se l’ambiente istituzionale è favorevole, incoraggia la creazione di lavoro e la costruzione di capitale umano; si innesta così un circolo virtuoso di sviluppo”.

Non dobbiamo dimenticare che, come afferma il quarto principio della Conferenza del Cairo del 1994: “L’eguaglianza di genere, l’equità, l’empowerment e l’eliminazione di tutte le forme di violenza contro le donne e l’esercizio del diritto di controllare la propria fecondità sono i fondamenti delle politiche di popolazione e dei progressi a essa relativi”. In altre parole, il family planning e gli altri atti di carattere istituzionale nelle questioni demografiche non possono prescindere da un’ottica di genere.

E’ anche per questo che nella salute riproduttiva rientra la lotta all’aborto insicuro, il quale è una conseguenza diretta del bisogno non soddisfatto di contraccezione. Innanzitutto, un quadro generale. “Fra il 1995 e il 2003 gli aborti sono diminuiti di circa 4 milioni e il tasso di abortività legale è sceso dal 35 al 29 per mille. Il declino dell’incidenza è stato più netto nei Paesi a sviluppo avanzato, dove circa tutti gli aborti sono legali e si svolgono in strutture mediche […], rispetto ai Paesi a sviluppo arretrato, dove oltre la metà sono illegali oltre che malsicuri (da 34 a 29 aborti ogni 1000 donne). Il declino più netto è avvenuto nell’Europa dell’Est – il tasso si è dimezzato -, una regione in cui questa pratica è per la maggior parte legale ed effettuata in condizioni di sicurezza. Nonostante ciò, in questa parte del mmondo i tassi restano i più alti a livello planetario: si stima che nel 2003 vi siano stati più aborti che nascite e che in Azerbaijan, Armenia e Georgia ogni donna, mediamente, nel corso della sua vita vada incontro a 3 interruzioni volontarie di gravidanza. In Africa il numero di aborti è cresciuto dal 1995 a causa dell’aumento delle donne in età riproduttiva, ma il tasso ha subito un leggero decremento. Le restrizioni legali all’aborto non influenzano l’incidenza: il tasso di abortività in Africa, dove la pratica è perlopiù illegale, è di 29 aborti ogni 1000 donne, in Europa è pari a 28. Nel mondo il 48% degli aborti volontari si svolge in condizioni rischiose e malsicure […]: nei Paesi in via di sviluppo oltre la metà (il 55%) è realizzato in ambiente insalubre o con personale non specializzato”.

Oltre alle conseguenze degli aborti insicuri, difficili da stimare, nel 2010 si calcolava che ancora più di 500.000 donne morissero per complicanze da gravidanza e parto, con un tasso di 450 morti materne ogni 100.000 neonati nati vivi nei Paesi poveri, a fronte di 9/100.000 nati vivi nei Paesi ricchi. “Tre milioni di bambini muoiono nella prima settimana di vita, un altro milione nel primo mese. Le ineguaglianze spiegano ancora molto delle difficoltà del mondo povero. L’accesso alle informazioni e ai servizi sanitari è più difficile fra la popolazione povera, marginalizzata, adolescente”.  “Quasi ovunque almeno la metà delle donne in età feconda usa un contraccettivo nel 2005. Unica e ricorrente eccezione è l’Africa sub-sahariana, dove la prevalenza contraccettiva è solo del 22%”, ed inoltre “il 12% dei nati è partorito da adolescenti”. Parlando dell’Africa, Micheli afferma che “sebbene in questo continente abiti il 10% della popolazione mondiale e avvenga il 20% delle nascite, le morti delle madri raggiungono il 50%”, cioè una donna su due fra quelle morte per complicanze da gravidanza parto è africana.  “La mortalità correlata alla gravidanza è la seconda causa di morte delle donne in età riproduttiva, preceduta solo dall’AIDS“.

Restringendo il campo d’analisi alla sola Africa sub-sahariana, la regione del mondo dove la deprivazione è più marcata e dove la situazione è caratterizzata da “una propensione a procreare intorno ai cinque figli per coppia e una speranza di vita di cinquant’anni circa” e da una popolazione la quale ha una crescita annuale del 3%, “l’evoluzione, anche demografica, è estremamente lenta o in stallo. […] Fra il 1950 e oggi la fecondità si è ridotta mediamente di un solo figlio e la vita media è cresciuta di soli dodici anni”.

Venendo alle cause di questo stallo, “i fattori che condizionano i comportamenti riproduttivi in quest’area non sono differenti da quelli di altri Paesi e possono essere classificati come culturali ed economici in senso lato, individuali e collettivi, vecchi e nuovi. Tutti allontanano le coppie dalla contraccezione e dal controllo della fecondità. La forza del lignaggio e la religione promuovono discendenze numerose; i figli peraltro […] sono forze economiche, sicurezza per le generazioni in età anziana, fonte di prestigio sociale e di potere. Alle motivazioni individuali si intrecciano poi le condizioni di contesto: il sottosviluppo, il debito, la corruzione, gli shock economici, quelli provocati dalle calamità naturali o politiche che sfociano in conflitti. Tutti questi fattori agiscono nella stessa direzione: rallentare la transizione demografica”. La transizione demografica è il passaggio attraverso i seguenti tre stadi, un passaggio che è compiuto in Occidente, in corso in Asia e (più indietro) in America latina, ancora lontano in Africa:
– elevata natalità + elevata mortalità;
– elevata natalità + riduzione della mortalità;
– bassa natalità + bassa mortalità.

Gli ultimi fattore che giocano contro l’avvio della transizione demografica in Africa sono le “difficoltà di accesso all’istruzione – il volano più efficace per la riduzione della domanda di figli” e l’arretramento nella sopravvivenza “determinato dall’insorgenza e dalla diffusione del virus HIV“, poiché, come abbiamo già detto, “le iniziative di family planning sono state ridotte o interrotte poiché le risorse monetarie sono state convogliate verso azioni di prevenzione dell’HIV-AIDS. […] Queste scelte hanno provocato uno stallo nel declino della fecondità ovunque esso (il declino, ndr) non fosse il risultato di processi di sviluppo economico virtuosi, ma risultasse indotto dalle politiche di family planning“.

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2 commenti

  1. L’ha ribloggato su Il Ragnoe ha commentato:

    So che sto trascurando “Il Ragno” ultimamente, però ho scritto per “Doppio Standard” un post di carattere demografico sulla centralità della contraccezione e della lotta alla mortalità materna nel ridurre la crescita della popolazione nel continente africano, con tutte le sue implicazioni in termini di sviluppo.

    Mi piace

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