Olimpiadi: le atlete italiane non sono velate ma discriminate (petizione)

Link petizione Qui.

Ebbene sì secondo il mondo occidentale, in particolare il nostro Paese, le donne arabe che si sono presentate alle Olimpiadi in leggins e hijab sono un vero problema.

Riflettono sottomissione della donna. Ed è inaccettabile incoraggiare questa visione. Peccato che nessun media italiano abbia “celebrato” come progresso la partecipazione delle donne musulmane alle Olimpiadi grazie soprattutto all’apertura del regolamento  che dal 2012 non ha messo fine alla loro discriminazione, accettando l’uso di uniformi conformi ai loro costumi.

E non solo. Come mai media, figure politiche, cittadini che etichettato come retrogrado l’islam per l’imposizione del velo alle atlete non ha battuto ciglio sulle pesanti discriminazioni delle atlete italiane?

Tra media che parlano delle atlete come se fosse una gara di Miss Bikini, il nodo più dolente è quello del regolamento italiano del CONI che non garantisce alle atlete di essere professioniste come i loro colleghi maschi e di avere stessi diritti.

Un caso più che unico in Europa, una situazione paragonabile grosso modo proprio ai paesi che l’Italia vede con sospetto e inferiorità. 

Le donne di molti paesi arabi non possono praticare attività sportive, tanto che non esistono nemmeno palestre per donne e l’educazione fisica nelle scuole così come andare in bicicletta sono reato o poco consone per una donna per bene. A causa di ciò l’obesità femminile, malattie e mortalità precoce sono emergenze sociali dal punto di vista sanitario proprio a causa della sedentarietà imposta alle donne.

Poi c’è la situazione italiana. Qui le donne non vivono delle stesse privazioni delle donne di molti paesi musulmani. Possiamo praticare sport amatoriale o agonistico. Tuttavia però, le bambine e le donne italiane non vengono incoraggiate da scuole, parrocchie e famiglie a praticare attività sportive. Meno attive dei maschi, complici stereotipi di genere duri a morire che escludono le femmine dal praticare molti sport, perché “da maschi”.

Questo pregiudizio è probabilmente la causa per cui le atlete italiane sono relegate in secondo piano. Dilettanti per regolamento non hanno gli stessi compensi, non hanno gli stessi diritti e le stesse opportunità. Non sono nemmeno tutelate in maternità, un problema che si riflette in tutto il mondo del lavoro italiano. Tuttavia, la situazione non ha scoraggiato le nostre atlete che sono tra le più forti e competitive del mondo.

Ma pochi italiani seguono sport femminile. Tantissimi lo reputano pure noioso. Le numerose battute rivolte alle donne calciatrici, identificate come “lesbiche”, sono rappresentative di una mentalità maschilista che ostacola le donne nel l’avvicinamento allo sport ma anche da parte dei dirigenti di elergire loro gli stessi diritti dei colleghi.  

“Non bisogna più dare soldi a queste quatto lesbiche”(Belloli). Si parlava appunto dei compensi alle giocatrici di calcio femminile. 

La frase citata ha suscitato molto scalpore ma di fatto niente è stato fatto per sanare una situazione unica in Europa. 

Dopo queste dichiarazioni, sul web è nata, circa un anno fa, una petizione che chiedeva al CONI di porre fine a questo vecchio regolamento. Ma la petizione non ha avuto molto successo. Totale indifferenza. In clima di Olimpiadi, le giocatrici di “All Reds Rugby Roma“, autrici della petizione, hanno fatto sapere che:

Modifica

“Ciao Barbara,

Sai che molte campionesse olimpiche italiane sono considerate “dilettanti” per regolamento? Sì, perché alle atlete azzurre, a differenza dei colleghi uomini, non è riconosciuto in Italia lo status di “professioniste”. E questo comporta, tra le altre cose, anche svariati disagi a livello di previdenza sociale, assistenza sanitaria e trattamento pensionistico. Il Coni può cambiare le cose, permettendo che anche le donne nello sport abbiano il riconoscimento che meritano”

Ad un anno di distanza non c’è stata alcuna risposta né da parte del CONI né da parte di nessuna istituzione politica a riprova del fatto che in fondo non è cosi grave perché nessuno ci vieta di giocare, nessuno ci impone l’hijab.

Perfino la stampa italiana ha sottolineato con il suo linguaggio che non possiamo avere lo stesso trattamento degli uomini perché il nostro Paese ci considera inferiori. Il regolamento del CONI, il linguaggio dei media che dà allo sport femminile un tono gossipparo, patinato o giudicante  ( spesso sul lato fisico-estetico), rende l’idea che alla base di ciò ci può essere solo un problema di origine culturale, legato alla percezione pubblica della donna.

Anche nelle relazioni private, le violenze e discriminazioni sono all’ordine del giorno. L’italia attualmente da gennaio conta quasi 80 femminicidi ( uno ogni 2 o 3 giorni) e secondo l’ultima indagine dell’ISTAT  (2015), una donna su tre ha subito una qualche forma di violenza, fisica (20,2%) o sessuale (21%). Circa, sei milioni 788 mila, ossia il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni, il 62,7% dei quali commesso da un partner attuale o precedente. Ma non è tutto. Il 10,6% delle donne ha subìto violenze sessuali prima dei 16 anni.

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