In Italia il femminismo non è “pop”

Nei giorni scorsi su molti giornali nazionali si annunciavano i vent’anni di “Wannabe”, un singolo delle Spice Girls attraverso un remake realizzato contro le discriminazioni delle donne.

Un video creato per sostenere una campagna a sostegno delle Nazioni Unite, con l’appoggio del gruppo britannico. Le Spice Girls, divenute beniamine di tutte le adolescenti della mia generazione, incidono nel 1996 “Wannabe” è proprio la canzone che esprime il concetto di indipendenza femminile, basti pensare ad alcune strofe “se vuoi il mio futuro, dimentica il mio passato“.
Ma Wannabe non è certamente la canzone più femminista della band femminile inglese ma certamente le Spice Girls sono state quelle che hanno urlato lo slogan “Girl Power!” in chiave pop, facendo divenire il femminismo un fenomeno popular con tutti gli elementi chiave di una femminista moderna: indipendente, aggressiva ma anche fashion, sexy e glamour.

Da qui comincia il mio viaggio attraverso questo fenomeno di massa, fatto di cantanti che poi sono destinate a diventare idolo di tutti gli adolescenti. Donne giovanissime, belle, sexy senza precludere l’essere anche portavoce di chiarissimi e anche espliciti messaggi che esaltano la donna nella sua indipendenza, come nel video del singolo “Worth It” delle Fifth Harmony in cui campeggia su uno schermo la scritta scorrevole e quasi subliminale :”Il femminismo è sexy” e “donne al potere”; negli USA mentre da noi è ancora comune l’idea atavica delle femministe come un gruppo di “racchie frustrate” da tenere lontane ma anche perché nel nostro contesto, soprattutto dopo lo scandalo “Rubygate”, accostare le donne al potere ad attributi di sensualità suona, invece, antifemminista.

L’indipendenza di una popstar anglosassone moderna è dunque un connubio tra femminilità, protagonismo e anche tanta voglia di mettere in discussione vecchi valori patriarcali. E farlo attraverso un prodotto di massa è un mezzo molto vincente.
Questa mia riflessione comincia proprio in periodo di tormentoni estivi, quando mi è capitato di sentire alla radio “Ain’t your mama ” di Jennifer Lopez:

“Non cucino tutto il giorno (non sono tua mamma!) 
Io non ti faccio il bucato (io non sono tua mamma!) 
Io non sono tua mamma, ragazzo (io non sono tua mamma!) 
Quando darai il tuo contributo? “

Una canzone che mette in discussione l’idea che una moglie sia destinata alle faccende domestiche. Verrebbe da pensare che pure negli USA gli uomini siano così mammoni e maschilisti da desiderare una seconda mamma, tanto ad aver bisogno di una canzone che chiede loro di contribuire nelle faccende domestiche.

In Italia siamo fanalino di coda per quanto riguarda l’equa divisione delle mansioni domestiche in famiglie e molti uomini pensano ancora sia una cosa “da femmina”. Non è un caso se le pubblicità italiane continuano a perpetuare l’idea tradizionale della moglie casalinga. Una questione che però, almeno qui, è meglio non affrontare nei mass-media, se non a livello politico ( senza che nulla di fatto si faccia per contrastare questa mentalità).

Una popstar non è certo una figura politica, da lei non ci si aspetta che promulghi leggi ma abbiamo sempre spiegato come i mass media siano importanti nel trasmettere dei valori, inculcare o distruggere stereotipi di genere.

Questo lo fa anche il brano “Can’t hold us down” di Christina Aguilera e Lil Kim che nelle strofe cantano:

Se guardi indietro nella storia e’ il comune doppio standard della società.
L’uomo si prende tutta la gloria, tutta quella che può ottenere mentre la ragazza se fa lo stesso tu la chiami ancora “puttana”.

Lo slut-shaming, il grande tabù mondiale, viene messo in discussione attraverso una canzone pop. Lo stesso fa Meghan Trainor, malgrado sia stata tacciata di maschilismo per l’esaltazione di una donna “retrò” anni ’50, pare aver cambiato vesti e si prende la sua rivincita al grido di “no”:

Grazie in anticipo, non voglio ballare (no)non ho bisogno delle tue mani su di me. Se voglio un uomo andrò a prendermelo. Avere un uomo non è una mia priorità. 

Dal concetto del “No”, un potente messaggio contro l’onnipresente cultura dello stupro, si arriva a denunciare lo stupro. Qui ci arriva Lady Gaga, americana di origini italiane, che canta:

Mi dici “Andrà meglio, andrà meglio 
col tempo” 

Tu dici che mi ricomporrò, mi ricomporrò,”Starai bene” 

Dimmi cosa diavolo ne sai, Cosa ne sai,

In pieno scandalo dopo alcuni episodi di stupri nei college americani, la popstar canta contro la cultura che minimizza questo fenomeno. Basti considerare cosa dichiarò il padre di un atleta americano accusato di stupro, che per difenderlo disse :“per venti minuti di violenza tutti quegli anni mi sembrano esagerati”.

E sempre contro l’idea che per essere complete bisogna avere un uomo accanto, nel 2005 le Pussycat Dolls nel brano “I don’t need a man” cantano:

 Non ho bisogno di un uomo per farlo accadere
Me la cavo ed essere libera
Non ho bisogno di un uomo per farmi sentire bene
Non ho bisogno di un anello intorno al mio dito
Per sentirmi completa

Allora dibattiti contro la cultura dello stupro e la necessità di essere libere in America urgono e le icone del pop dimostrano che si può fare spettacolo senza escludere temi importanti, contando il vasto pubblico ( soprattutto femminile) che le segue. È necessario parlare ai giovani, è necessario parlare alle ragazze.

Questo si può fare anche attraverso la leggerezza di un’opera artistica, quale la musica. Abbiamo imparato che il maschilismo è un problema internazionale però icone “ribelli” come Lady Gaga, Madonna, Jennifer Lopez e quelle come Beyoncé che si dichiara esplicitamente femminista, eccetera, ci sono solo oltre oceano.

Beyoncé sul palco durante gli MTV Video Music Awards nel  2014.
Beyoncé sul palco durante gli MTV Video Music Awards nel 2014 fece scandalo tra le femministe che l’additarono di non esserlo abbastanza.

Il punto a cui voglio arrivare è che nel pop in Italia pare manchi il protagonismo delle donne. Malgrado dal passato ci siano stati grandi nomi femminili nella musica, il problema oggi pare ancora essere di tipo quantitativo e “qualitativo” (non nel senso di scarse qualità tecniche!). La scena americana e anglofona pare piena di presenze femminili. Le donne del pop sono più ricche, più famose , (più patinate :-)) e nei loro testi e immagine riflettono protagonismo.

Occhio, non è un’accusa di maschilismo esclusivamente alla musica italiana rispetto a quella Usa! Negli USA le canzoni maschiliste spesso diventano veri e propri tormentoni; il pop e il rap “nostrano”, pur essendo altrettanto maschilisti a livello di testi, non raggiungono un livello di misoginia così profondo (sarà per questo che molte popstars americane hanno sentito la necessità di una riflessione femminista?). Tuttavia, potremmo parlare di maschilismo nel pop e nella scena dell’hip-hop nazionale, per la forte carenza numerica di colleghe donne (e perché allora non mettere in discussione l’altrettanto maschilismo dei colleghi dello stivale?). Leggi anche “sessismo nella musica italiana“.

Tralasciando il discorso “quote rosa”, anche perché la nostra musica pop piano piano si sta popolando di voci femminili (anche come cantautrici), il problema sta tutto da un’altra parte. Perché  le nostre popstars sono così diverse dalle regine “femministe” del pop americano?

Al centro della musica italiana continua a persistere il tema dell’amore. Ok, siamo un popolo di romanticoni; ma è possibile poter uscire dall’ossessione degli amori sofferti? Allora, quello che mi chiedo è perché il mondo delle popstar italiane continua ad avere l’amore, il sentimento, il matrimonio, il fidanzamento come temi centrali?

Certamente è un problema di entrambi i sessi. La pop music italiana è “vecchia” (forse è per questo che tiene fuori da sé la riflessione femminista e la messa in discussione di vecchie tradizioni?) e ha come tema principale l’amore, le donne (o gli uomini) ma mentre sempre più uomini rifiutano  questo “lamento” costruendosi uno spazio nella scena rap (anche i più “commerciali”) dove possono parlare di argomenti tabù, per le donne pare non ci sia (quasi!) via di uscita, pena il dileggio se poi intraprendi un percorso rap come fece Baby K, la quale (inizialmente) realizzò testi un po’ femministi come nel brano “Sparami” e “Femmina Alfa”.

Baby K è anche quella che paradossalmente ha raggiunto successo e credibilità ed è l’unica a fare testi “girl power”. Mi è piaciuta di meno quando in una strofa di Anna Wintour cantava “fai la signorina ma pensa come un uomo!“. Ma una sua canzone, in particolare, “Sparami” recita così:

Non sono come le donne italiane nei film

Tre galline esaurite che sembrano le milf
vittime perenni di mille tradimenti
lasciate dal marito che insegue minorenni
se sono i vostri esempi
morirò stanotte

Una critica al ruolo delle donne nei mezzi di comunicazione italiani, nel mondo del lavoro e nel rapporto relazionale uomo-donna. Come Baby K fu anche Gala, nel 1997, a mettere in discussione gli stereotipi di genere  in “Let a Boy Cry”:

Qualcuno giudicherà male la sua anima sensibile
lascia che il ragazzo pianga e imparerà.
(…)
Qualcuno giudicherà male la sua anima pazza
lascia che la ragazza combatta e imparerà”.

Per il resto la vedo molto grigia nel pop nostrano da metà anni ’90 ad oggi. A parte la recente attenzione verso la violenza sulle donne (e omofobia) portata avanti da cantanti come Emma, Anna Tatangelo e altre c’è pochissima attenzione verso una battaglia che porti alla forza di essere donna, e troppo ancora si tende ad affrontare il problema come un qualcosa che dipende dalla relazione amorosa ( e qui torna ancora una volta l’amore al centro di tutto!), un problema individuale più che culturale.

Partiamo dalle popstar italiane più famose. Qualche anno fa, Anna Tatangelo a Sanremo porta “Essere una donna”. In questa canzone si riflette sul valore femminile ma lo fa in un modo tradizionalista:

 Essere una donna è di più, di più, di più, di più è sentirsi viva è la gioia di amare e di sentirsi consolare stringere un bambino forte, forte sopra il seno con un vero uomo accanto a me […] Io non cerco un’avventura ma il compagno che vorrei, che tra un bacio e una risata mi farà dimenticare i problemi intorno a me.

È una canzone contro gli uomini rudi ma è una canzone che ancora una volta identifica le donne unicamente come mogli e madri. Ancora l’amore al centro di tutto, pare difficile slegare le donne dallo stereotipo che le vede come individui che hanno bisogno di essere amati. Il sesso viene escluso come un argomento che riguarda le donne italiane. Il rispetto della donna passa soltanto attraverso l’appartenenza ad un uomo o allo status di madre.

Successivamente la violenza sulle donne entra come argomento nella musica italiana, ma rappresentata sempre sotto forma di amore sofferto. Ancora Anna Tatangelo con “Rose Spezzate”, la quale affrontò anche il tema dell’omofobia con “Il mio amico”. Emma Marrone nel 2016 incide “Io di te non ho paura”, pare un grido contro la violenza sulle donne ma affrontato su un piano individuale. Senza aggiungere alcun dibattito forte come affrontato da molte cantanti oltreoceano.

Perfino il riot grrl ha sempre faticato a svilupparsi in Italia, segno forse di un Paese dove va bene essere forti ma è conveniente limitarsi a parlare di “cose da femmina” e non mostrarsi femministe o vogliose di mettere in discussione – anche in modo leggero, tra uno sculettamento e un altro – valori patriarcali fortemente radicati nella società come : “se sei bella sei per forza scema” , “se sei bella non hai talento”, “le donne sono tutte troie” ,  “le donne non possono parlare di sesso” e via dicendo.

Non per niente la cantante italiana Noemi in un’intervista sulla sua canzone sanremese “La borsa di una donna” (scritta da un uomo!), dichiarò che: «Non è una canzone femminista. Il femminismo è stato importantissimo ma oggi è superato. La donna ha il suo ruolo nel lavoro e in famiglia e mi sembra che nella canzone si parli proprio di queste cose» e la rivista Famiglia Cristiana ha sentito l’esigenza di distinguere le donne dalle femministe, intitolandola: “Siamo donne, non femministe” con una inutile dicotomia che ricorda da vicino quella che si fa(ceva) tra mamme e mignotte.

Concludendo, il femminismo esiste anche qui ma pare non essere un tema pop, ma relegato ancora a pochi e appartati gruppi politici, poiché percepito come superato malgrado le maggiori discriminazioni sociali subite delle donne italiane rispetto alle americane. Segno, dunque, di rifiuto pubblico e su larga scala del “girl power” (e non solo nella musica).

*Se avete trovato qualche artista italiana emergente che affronta temi di genere o riflessioni femministe in chiave pop ( o altri generi), comunicatecelo in posta!

Annunci

2 comments

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...