I pensieri di una donna da sola per strada

Il video è incalzante, breve, intenso, assolutamente reale in ogni minimo particolare.
Cosa accade ad una ragazza quando torna a casa da sola di notte? O forse, cosa accade quando torna da sola? Me lo chiedevo stasera, ore 21.30, ancora luce qui in Inghilterra, ma la scorciatoia verso casa è già deserta a quell’ora. Vicino al laghetto, 5 ragazzi camminavano: bottiglie di birra in mano, sigarette in bocca, fare spavaldo. Ragazzi tranquilli, che non mi hanno degnata di uno sguardo. Ho temuto, comunque, qualcosa. Una donna teme sempre ed è difficile spiegare in che modo.
Cosa si prova vorrei renderlo a parole, la sensazione di essere impotenti, la consapevolezza di non avere altre armi che la voce per gridare e le unghie per ferire in caso di pericolo, l’idea di uno spray al peperoncino. Ma dove lo metto uno spray al peperoncino? In borsa, certo; ma sarebbe impossibile prenderlo subito all’occorrenza. E poi perché devo sempre pensare al peggio? Ma poi…dove lo compro uno spray al peperoncino? E se faccio male? Oh sì, ho i libri con me, un colpo di libri in testa andrà benissimo. Apro adesso il cellulare e lo tengo fisso sulle chiamate di emergenza. Maledetta batteria al 4%! Posso usare le chiavi di casa, sì: quelle fanno male eccome. Aspetta, ma dove le ho messe? Ma le avrò prese? Ah eccole, no non sono loro, questa è l’amuchina…uff, ecco le chiavi. Che paura.
Sono frazioni di secondi, sono i pensieri di una donna quando passa da sola, in una zona semi-deserta, residenziale ma con le tende abbassate e le luci spente, accanto ad un gruppo di ragazzi.
Noi pensiamo al peggio perché o non accade nulla o accade il peggio. Nel primo caso siamo salve, nel secondo non si sa.
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Perché siamo così “complessate”? Secondo una considerazione del filosofo Simone Regazzoni “non si eccede mai se il gioco linguistico è condiviso”: ciò significa che se il tizio che mi fischia mi piace e io ricambio con un sorriso, quella non è molestia. Siamo davvero sicuri che sia così? In parte lo è, ma è l’altra parte quel che noi stiamo qui esaminando.
Io ridevo, mi compiacevo e mi divertivo quando uscendo dal portone di casa, il 50enne catanese – in scooter con canottiera e pancia di fuori – passando mi cantava “Sei un mitooooo, sei un mitoooo per meeeee” e se ne andava. Così come mi divertivo se due ragazzini di scuola media mi dicevano “Bella signora ti voglio sposare, vuoi fare bimbo con me?”.
Indici di una cultura popolare, di massa, folcloristica, colorita, questi pseudo complimenti non avrei mai potuto ritenerli molestie. Esser seguita per un po’, esser scrutata, spogliata con lo sguardo, guardata con malizia, questo sì che è molestia.
E’ molestia non capire il male che si arreca, è molestia prendere una mano, accarezzare una guancia, spostare i capelli quando una donna che non conosci cammina per strada e ti dice di no, e tu la blocchi, ti metti davanti a lei, e…le prendi la mano, le accarezzi la guancia, le sposti i capelli. Mentre lei è lì, impassibile, può a stento deglutire. Tu te la ridi, la guardi e dici “Amooore, non ti faccio niente” e te ne vai, ridendo. Perché davvero non le avresti fatto niente, perché l’idea di abusarne sessualmente nemmeno ti sfiora e non ti ha mai sfiorato, ma per farti bello coi tuoi amici che ti guardano tu hai provocato ansia, frustrazione, dolore, paura, terrore.
Ed il terrore ci porta a farci accompagnare dagli amici, ad indossare una minigonna e poi toglierla e mettere i jeans larghi perché quella sera uscite solo donne, e siete tutte a piedi e nessuna abita vicino casa tua, ed allora è meglio se la foto fashion con le amiche ed il calice in mano la scattate un’altra volta, che per stasera è meglio salvarsi la vita. O almeno credere che un cambio d’abito possa riuscire a farlo.
Barbara Luna Libera Maimone
Per guardare il video:   Tornare a casa da sola di notte
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4 comments

  1. L’ha ribloggato su B. L. L. M.e ha commentato:

    Un mio nuovo articolo, scritto di getto in pochissimi minuti, per il blog che cogestisco DOPPIO STANDARD.
    Quando siamo davvero al sicuro?

    Mi piace

  2. Vivevo a Milano da sola e la gente non capiva la mia passione per gli anfibi con la gonna. I maschi e le signore dalla vita troppo sicura non capivano. Le ragazze no, loro avevano un’idea precisa dell’ultilità di quella suola paracarro e delle punte rinforzate in metallo.
    Andavo a scuola e un coetaneo che mi diceva “brutta” mane e sera mi tenne stretta con la forza per qualche minuto, mentre eravamo da soli in aula. Cercai di divincolarmi, lui disse: “brava, ora sto proprio godendo”. Restai immobile. Quando mi lasciò andare, sputò fuori: “e adesso non andare a vantarti in giro TANTO NON DI CREDEREBBE NESSUNO”. Gli risposi con rabbia che no, non mi vantavo proprio, che non volevo che nessuno sapesse. Dieci anni dopo cominciai a raccontarlo, ma solo a sconosciuti. Alle mie compagne di allora, a mia madre, ai miei amici no. Con loro ancora mi vergogno.

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