Italiane VS Svedesi: Sesso e Identità

Questo post ci è stato inviato da una nostra fan, Marta de Cassan. Pubblichiamo volentieri la sua testimonianza dalla Svezia e sottoscriviamo con convinzione le sue conclusioni.Slut-shaming

Premettendo che, secondo me, uno dei concetti ancora tabù in Italia è il femminismo, che sarai sempre tentata di omettere dai tuoi discorsi per non passare da anacronistica fanatica incazzosa e sfigata, ho deciso di arrischiarmi lo stesso lungo questo percorso, stimolata dai post più o meno velatamente sessisti che continuo a vedere su Facebook. Ho notato che gli stessi repressi che si affrettano a puntare il dito contro una ragazza molto truccata o con troppa (secondo loro) carne esposta, sono gli stessi che si lamentano che le italiane sono “rigide” e che non si devono lamentare se poi loro sono costretti a migrare verso i Paesi del Nord in cerca di una (o, presumibilmente, più di una).
Avendo vissuto in Svezia durante gli ultimi sette mesi, ho potuto studiare agevolmente differenze e analogie fra le ragazze nordiche e le italiane, e ciò che ho concluso mi è parso piuttosto interessante. Innanzitutto devo precisare che durante questo periodo svedese della mia vita ho lavorato in una scuola primaria, ovvero con ragazzini di età compresa fra i 7 e i 12 anni, e che, come in Italia, il 90% delle mie colleghe era di sesso femminile. Una delle cose che ho notato subito, una volta entrata a scuola, è stato il look delle bambine: dalla classe terza (9 anni) in su, si cominciano a vedere scarpe con la zeppa, ombretto e mascara, i-Phone perennemente al collo, leggings zebrati, vestitini di paillettes, camicette trasparenti attraverso cui si intravede il reggiseno (per la maggioranza dei casi ancora inevitabilmente vuoto). Una discreta percentuale di alunne deve andare ogni tre settimane dal parrucchiere a farsi sistemare la ricrescita (apparentemente, in questa biondissima nazione, in questo periodo il colore più in voga per i capelli è il castano scuro), ma la maggior parte non ne ha bisogno così spesso perché si è convertita allo “shatush”, ovviamente all’inverso, con le radici chiare e le punte scure, o più spesso rosse.

Probabilmente sarebbe interessante indagare sulla ragione per cui bambine di dieci anni ci tengano tanto ad apparire come eleganti venticinquenni, ma ciò che più mi ha colpito, oltre al fatto che nonostante l’abbigliamento spesso provocante le ragazzine non si siano mai atteggiate a femme fatale o peggio a veline, in questo paesello sperduto della Skåne, io non ho mai, non una singola volta, visto un’alunna venire presa in giro per ciò che indossava, anche quando un’undicenne si è presentata a scuola con gli occhi bistrati di nero, una felpina fucsia, una minigonna nera, i leggings leopardati lilla e un bel paio di stivali col tacco (la poverina è dovuta rimanere seduta durante tutta la ricreazione, perché gli stiletti mal si adattavano all’erba e alla sabbia del cortile, ed i suoi compagni si sono seduti accanto a lei a farle compagnia). Nemmeno le insegnanti, che certamente in Italia si sarebbero lanciate in un’accesa discussione sulle dubbie doti educative della madre della bambina, hanno riservato una mezza parola per commentare il suo vistoso abbigliamento; l’accaduto è passato completamente inosservato (ed io mi sono sorpresa a provare sentimenti di incredulità, con conseguente presa di coscienza di come lo slut shaming si annidi subdolamente anche negli anfratti più nascosti della mia mente, che ritenevo progressista ed egualitaria). Provate a pensare cosa succederebbe in Italia se una ragazzina di prima media si presentasse a scuola conciata in quel modo: i commenti cattivi delle madri dei compagni, le occhiate oblique degli insegnanti, e soprattutto il pesante giogo del giudizio dei pari, che, seguendo l’esempio degli adulti, si sentono legittimati a esprimere opinioni (non richieste, e quasi sempre stronze) su una persona basandosi sull’aspetto esteriore.

Questo è secondo me l’esatto motivo per cui le italiane non ve la danno, cari repressi in cerca di ragazze più “amichevoli”: viviamo in un Paese che ci giudica come persone e che ci costruisce un’identità basandosi sul nostro aspetto, su come ci vestiamo e sulle nostre abitudini sessuali, e che si sente ampiamente in diritto di indagare su quest’ultime e di discuterne pubblicamente, come se fossero questioni di pubblico dominio. Beh, non lo sono. Spiacente, ma non sono affatto affari vostri. Smettete di interessarvene. Non vi riguardano. In Svezia le ragazze non crescono con la paura di venire additate per il loro abbigliamento o per le loro abitudini sessuali (e, detto fra noi, nemmeno concepiscono come queste due cose possano in qualche modo essere collegate), e ciò le porta ad avere un approccio al sesso molto più rilassato. In Italia, una ragazza che si veste in modo provocante o che ha un atteggiamento aperto riguardo il sesso viene giudicata per quello: non anche per quello, ma esclusivamente per quello. La sua sessualità (che dovrebbe essere una cosa privata in cui nessuno dovrebbe mettere il naso o sentirsi libero di giudicare) indica l’essere umano che è. Dobbiamo essere sexy, rilassate e invitanti, ma mai troie, cagne o puttane.

E questa è la differenza sostanziale fra l’Italia e la Svezia: lì, a nessuno passa per la testa di basare il proprio giudizio su queste variabili, perché sono questioni private e, tutto sommato, irrilevanti; l’opinione sulla persona viene costruita su qualità come l’educazione, la gentilezza, la disponibilità ad aiutare e a collaborare, la professionalità, l’impegno, l’intelligenza. A nessuno gliene frega niente di come vai in giro vestita o di quello che fai con la tua vagina. Giustamente.

 

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17 comments

    • ho 30 anni ed è triste vedere come il bullismo tutto italiano verso ragazze, donne e in generale ragazzi che si distinguono per talento e intelligenza e umanità non solo non è cambiato, ma è pure aumentato, amplificato dai media di tutti i tipi. Tutto ciò che è considerato diverso, strano, da questo pensiero monolitico che vige in Italia, viene spazzato via. Speriamo che i nuovi italiani, che saranno sempre meno ‘oriundi’ grazie a Dio, perdano l’abitudine di stare nel branco ad abbaiare e rosicare.

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  1. primo articolo (di tanti che leggo in giro per il web) che volevo non finisse 😦
    Molto interessante questo tuo analisi culturale e spero trovare altri tuoi articoli che parlino di queste cose.
    Ciao! 😀

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  2. E allora io mi chiedo, è possibile che lì accada l’inverso? Certo, lì nessuno dice niente a una ragazza che si veste con tacchi e gonna, e se la ragazza si vestisse con una semplice felpa e jeans?
    Lo dico perché molte mie compagne (ho 15 anni), hanno cercato di farmi passare al ”lato oscuro”, invitandomi a truccarmi e vestirmi lasciando più carne scoperta e isolandomi di conseguenza dopo aver rifiutato la cosa.

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    • E’ successo anche a me, e ricordo nitidamente l’imbarazzo di vedermi come una persona che non ero pronta ad essere, il senso di disagio. Comunque posso chiedere all’autrice della testimonianza un chiarimento in merito, ti farò sapere la risposta.

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    • No, non ho notato nemmeno l’inverso.. L’abbigliamento e il trucco sono proprio ininfluenti nei loro rapporti, è questa la cosa che ho trovato splendida! Ci sono alcuni “maschiacci” e molte “modaiole”, ma nessuna delle due categorie viene discriminata in nessun modo. Ti dirò di più, un bambino di 11 anni è venuto per tutto l’anno a scuola con uno zainetto rosa degli One Direction, e nessuno si è sognato di fare il minimo commento! Questa è la grande, meravigliosa differenza che mi ha colpito, questo rispetto per la persona in sé, a prescindere dalle sue preferenze e dal suo aspetto. Un atteggiamento maturo che in Italia spesso si fatica a trovare anche negli adulti 🙂

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      • @marta: secondo me non è un atteggiamento “maturo” dei bambini quanto un atteggiamento “immaturo” degli adulti. Penso che i bambini di base se ne freghino e mai si porrebbero il problema. Ma in un contesto di adulti che il “problema” se lo pongono (in Italia anche morbosamente, fino ad essere argomento principe di molte discussioni… per non parlare dei mass-media), allora scatta l’imitazione e quindi la perpetuazione. Se vogliamo una generazione libera da pregiudizi, non dobbiamo (noi adulti) solo “sperarci”, ma anche impegnarci ad abolire gli stereotipi di genere dalle nostre discussioni in presenza di bambini. Figuriamoci poi parlando *con* i bambini…

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      • Anche a me accadde la stessa cosa a scuola, perchè non mi interessai al trucco ne agli abiti femminili fino ai 20 anni circa. Ma quando ero una bambina i miei genitori mi spingevano a vestirmi “da femminuccia” e so per certo che lo facevano per tentare di risparmiarmi le inevitabili prese in giro che avrei subito. Per questo anche chi è aperto mentalmente a volte deve piegarsi alla mandria, come una madre che sconsiglia lo zaino rosa degli one direction ad un figlio non perchè la cosa turbi lei, ma perchè consapevole di ciò che accadrà. è inutile siamo circondati da menti retrograde che ci impediscono di crescere i nostri figli come davvero vorremmo 😦

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      • credo che chi ama i trucchi e chi non li ama (o non li ama fino ai vent’anni) meriti lo stesso rispetto. A scuola dovrebbero essere gli insegnanti a vigilare perchè questo accada

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  3. Capisco il ragionamento..le italiane sono bloccate per una cultura cattolico moralista che ancora li schiaccia..Peccato che sono per prime le donne a giudicare altre donne.E peccato che noi uomini siamo figli anche di una madre. E se siamo cresciuti con poco rispetto per le donne dovremmo interrogarci del nostro rapporto con lei. Siamo tutti nella stessa barca.E quando le relazioni tra noi funzionano male soffriamo tutti e due le parti..Prima lo comprenderemo prima ne usciremo

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  4. Bè, è la Svezia…un paese che storicamente e culturalmente è lontanissimo dall’Italia ed è sempre stato più femminista come tutti i paesi nordici al contrario dei paesi del Sud Europa e del Sud del mondo in generale.
    Comunque, penso che piuttosto che ispirarsi al modello nordicista così lontano da noi si possa fare qualche cosa per migliorare da noi in Italia, come in tutto il mondo

    Dico questo, visto che giustamente si dice che i paesi arabi e africani non devono ispirarsi ai paesi occidentali ma trovare una loro strada conforme alle loro tradizioni e identità senza farsi ingannare dalla supremazia bianca, quindi anche gli italiani e gli altri paesi considerati Terzo Mondo dell’Occidente(vicinissimi più ai paesi africani e arabi, specie l’Italia che ovviamente è più vicina all’Africa che al Nord Europa)dovrebbero trovare una strada d’emancipazione basata sulle nostre tradizioni e identità, senza farci ingannare dalla supremazia bianca nordica e anglosassone/statunitense/tedesca… Tra l’altro, in Italia del Sud vi sono state esperienze matriarcali … sarebbe interessante ispirarsi al passato e rivendicare gli aspetti identitari e tradizionali di un posto così maltrattato come il Sud Italia, al fine di costruire una società maggiormente emancipata

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    • Scusa se non ho moderato il tuo commento prima, sono stata occupata IRL, e grazie per aver commentato ^^

      Io non credo che sia possibile trovare una strada per l’emancipazione femminile che passi dal rispetto delle nostre tradizioni, le vedo come due cose troppo in contraddizione fra loro. Tutto quello che abbiamo conquistato, lo abbiamo conquistato attraverso rotture, conflitti, forzando la società a cambiare.
      Lo dico da studentessa di sociologia, non di storia. Non credo nemmeno che le esperienze matriarcali del Sud Italia abbiano il potenziale per essere “esportate” né per imprimere un reale rinnovamento nemmeno nel loro stesso contesto (non per nulla al Sud la condizione femminile è peggiore che nel resto d’Italia).
      Se hai idee su come questo potrebbe avvenire, sarebbe interessante continuare la conversazione.

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