Slut-shaming

slut walk Una ragazza protesta alla SlutWalk

Nel nostro blog e sulla correlata pagina Facebook, spesso ci occupiamo di questioni di genere utilizzando espressioni non sempre di facile individuazione per il grande pubblico. Slut-shaming, victim blaming, LGBTI, gender sono termini entrati nel vocabolario italiano con prepotenza e da non molto tempo. Il più delle volte utilizzati impropriamente, costituiscono comunque espressione di questioni serie e da non sottovalutare.
Mi sono, allora, interessata all’etimologia di slut-shaming perché conoscere un termine significa conoscere il problema che esso pone ed è quasi individuare le soluzioni ch’esso offre. La sua inarrestabile diffusione sul cyber world e sul mondo reale hanno permesso che divenisse di dominio comune, confondendone frequentemente il significato con altri sinonimi altrettanto poco eleganti. Vediamone dunque la sua rapidissima evoluzione storica.

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Nonostante additare una donna con epiteti poco felici non sia moda dell’ultima stagione, il termine slut-shaming risale all’incirca a 10 anni fa ed è – per la prima volta – utilizzato nella filosofia femminista; tuttavia acquisisce risonanza dopo un paio di anni con l’articolo The ‘Right’ Sexuality for Girls di Sharon Lamb, professoressa di Psicologia all’Università del Massachusetts. Da una ricerca online, è veramente complesso individuare un’origine del termine entro i confini spazio-temporali.
Slut-shaming, in italiano: “onta della puttana”, “svergonare la sgualdrina” indica un’offesa rivolta alle donne che si discostano dai canoni tradizionali imposti dalla società e che vivono la propria sessualità come meglio credono.
Da un interessante ma datato articolo di Violetta Bellocchio, autrice de Il corpo non dimentica, cito testualmente: << […] potete usarla quando vengono tratte conclusioni morali e intellettuali dal modo in cui una donna si veste, dal numero di persone con cui è andata a letto, dal suo eventuale consumo di materiali vietati ai minori, e così via>> (14 Novembre 2011). Ciò che è emerge è uno scenario raccapricciante: una donna diventa bersaglio da insultare semplicemente perché qualche episodio della sua vita arriva alla ribalta della cronaca o dei social network. Sì, raccapricciante: perché gli epiteti peggiori arrivano da chi trascorre ¾ del proprio tempo a chiedere #escile ed il restante a giustificare abusi domestici o violenze sessuali. “Ma dai, non puliva casa, che vuole ora questa bagascia? Ben le sta!1!!!1!!” oppure “Andava in giro con quei cosi inguinali a 17 anni, uno per forza la stupra, è nella natura del maschio, è cacciatore. Daje fratè!”.
Nel 2016 sembra di esser saliti sulla macchina del tempo ed esser tornati indietro, non si sa però a quale epoca perché – a giudicare dai racconti e dall’esempio dei nostri nonni – una donna non riceveva mai un trattamento simile e non era neanche lontanamente ammissibile che un uomo o, peggio ancora, una donna “svergognasse la sgualdrina”. Il disgustoso fenomeno cui si assiste – bisogna ammetterlo – a causa del dilagante abuso dei social, ha assunto dimensioni incontrollabili, che neanche una banale segnalazione su Facebook è capace di frenare.
La verità è che la vita sessuale di una persona appartiene soltanto a lei e non dovrebbe costituire motivo di business per nessuno, per i giornali che non hanno imparato a trattare e titolare correttamente casi di violenza o maltrattamenti, per gli uomini fedifraghi che insultano le donne fedifraghe e per le donne prive di senno che insultano senza fondamento alcuno.
La pericolosità dello slut-shaming – termine dalle origini incerte ma dal futuro florido – non sta, tuttavia, nell’insulto in sé, quanto nelle ripercussioni che esso ha sul soggetto preso di mira e su chi vi si raffigura o anche solo si azzarda a prenderne le difese.
Da un articolo pubblicato su Huffpost Women, datato 15 Aprile 2015, viene fuori un quadro interessante: pare che la diffusa pratica dell’offesa gratuita e colorita affondi le sue radici negli Stati Uniti di fine anni ’90. La stagista più famosa al mondo, Monica Lewinsky, protagonista indiscussa del Sexgate, subì un vero e proprio attacco mediatico, tanto da trasformare la “stanza ovale” in “stanza orale”. Il correo di passione Bill Clinton, allora amatissimo Presidente, ne uscì tutto sommato pulito, complice una moglie dalle indubbie capacità mediatiche. Monica fu coinvolta non solo in un procedimento giudiziario e politico, ma fu vittima di un vero e proprio cyberbullismo. Proprio del cyberbullismo, la Lewinsky ha parlato due anni fa, al Forbes 30 under 30 e nuovamente nel Marzo 2015 nel celebre Il prezzo della vergogna (Monica Lewinsky – Il prezzo della vergogna). Come la stessa Monica sottolinea egregiamente, prima del 1998 le notizie si consumavano soltanto in tre luoghi: leggere un giornale o una rivista, ascoltare la radio, guardare la televisione.
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Uno dei tanti post “simpatici” che quotidianamente spopolano sulle home di Facebook.

 

La rivoluzione digitale ci ha davvero rovinati? È seriamente stata la causa determinante del declino delle buone maniere? Può ad essa attribuirsi la nascita dello slut-shaming? O è esso, forse, indice di una cultura sbagliata, di un’informazione frammentata o addirittura infondata?
Jessica Ringrose, docente ricercatrice all’University College London, si occupa di questioni di genere nel mondo digitale dei giovanissimi. È fra le più attive del movimento anti-slut e da sempre impegnata contro le discriminazioni che distruggono la vita di chi le subisce. Ella definisce l’orribile pratica donne-che-insultano-altre-donne “come un modo per sublimare la gelosia sessuale in una forma socialmente accettabile di critica sociale dell’espressione sessuale femminile”. Una sorta di giustificazione, insomma un ammissibilissimo “se l’è cercata”.
Gli effetti collaterali di questo potentissimo mezzo di diffamazione (perdita di autostima, atti di autolesionismo, esclusione dai gruppi sociali e conseguenze sul piano affettivo e lavorativo) hanno condotto, stando ad uno studio del 2013, moltissime vittime di stupri in USA a chiedere il ritiro della denuncia sporta, ad accettare quanto ingiustamente subito ed a sentirsi colpevoli di aver suscitato una tale reazione nel maniaco sessuale.

È difficile immaginare di poter giustificare la violenza che si è subita, una violenza fisica e psicologica che comporta danni permanenti alla vittima. Ma proviamoci per un attimo. Quante volte alcune di noi hanno omesso o sminuito una volgare avance ricevuta? Probabilmente tutte, e lo abbiamo fatto per svariate ragioni, nonostante ci siamo sentite indifese e vulnerabili. Lo abbiamo fatto per non scatenare reazioni in chi ci ama e che potrebbe voler difenderci dal “corteggiatore” in modi poco ortodossi, oppure per non sentirci imbarazzate di fronte ai nostri cari. Raccontare di un’avance ricevuta, magari tramite WhatsApp, non è semplice. Tendiamo ad omettere particolari imbarazzanti, anche se palesemente non accettiamo la proposta e la scartiamo con eleganza. Ecco, immaginiamo adesso che la cosa si svolga pubblicamente, magari con commenti di centinaia di sconosciuti che ci insultano avendo davanti la nostra foto profilo, persone che se incontrassimo al bar potrebbero addirittura sorriderci gentilmente, ma che dietro una tastiera diventano dottori dell’insulto.
Quando lo slut-shaming colpisce una persona, ed ormai tende a colpire anche gli uomini, diventa un fenomeno oltremodo preoccupante, che persino la più forte delle vittime potrebbe non saper affrontare.
Studiarne l’origine, esaminarne gli aspetti, documentarsi sui vari episodi che hanno fatto storia non basta a frenare quest’onda violenta, non basta la SlutWalk di Toronto e non è tantomeno sufficiente un articolo pubblicato di tanto in tanto su qualche testata nazionale. Un triste fenomeno sociale si arresta con la cultura del rispetto, perché non è vero che siamo tornati indietro di 50 anni. Mezzo secolo fa, Oriana Fallaci aveva già pubblicato “Il sesso inutile – Viaggio intorno alla donna” ed in quelle donne sparse per la Terra, così diverse fra loro, emergeva comune il senso di riscatto, a volte celato dietro una lacrima, ma pronto a scatenare una rivoluzione che ha poi notoriamente condotto persone di ambo i sessi a considerare non solo un diritto ma anche un dovere la parità di genere.
La parità di genere, in definitiva, richiede che una persona non venga insultata se non rientra nei preistorici canoni tradizionali, impone che venga rispettato l’essere umano in quanto tale, e non in quanto avente gusti sessuali diversi da quelli propri.
La verità è che lo slut-shaming ha poco a che fare con la sessualità e molto con l’ignoranza.

B.L.L.M.

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2 comments

  1. L’ha ribloggato su B. L. L. M.e ha commentato:

    Il mio primo articolo per Doppio Standard, uno dei migliori blog sulle questioni di genere e con cui collaboro e che vi invito a seguire.
    Per ulteriori informazioni, consultare la pagina Facebook.

    Mi piace

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