Non prendere parte allo Slut shaming poiché supporta la cultura dello stupro

Secondo ISTAT sarebbero 92% le vittime di molestie sessuali che non denunciano l’accaduto. (LEGGI QUI).

I dati del 2014.

  • Il 10,6% delle donne ha subìto violenze sessuali prima dei 16 anni (2006).
  • 6 milioni e 788mila le donne hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni. Una donna su tre.
  • Il 21% delle donne sono state vittime di violenza sessuale, il 5,4% di forme più gravi di abusi come stupri (si parla di 652mila casi) e tentati stupri (746mila).
  • Autori delle molestie sono nella maggior parte dei casi (il 76,8%) degli sconosciuti, il 62,7% degli stupri è commesso da un partner attuale o precedente.

Questi sono i dati della situazione italiana. La violenza sessuale non solo è una violazione dei diritti umani ma anche della libertà sessuale di una donna.

Lo stupro e altre forme di molestie sessuali, sono atti simbolici di violazione dello spazio di una donna, del proprio corpo e delle proprie libertà sessuale e trovano legittimazione in una società che considera il corpo femminile come un oggetto o una proprietà maschile.

Raramente si fa informazione su cosa sia una molestia sessuale fino alle forme più gravi come lo stupro. Una violenza sessuale è un atto gravissimo e assai ancora più grave è che ci sia gente che lo giustifichi pensando sia un diritto dell’uomo violare il diritto della donna di godere. Lo slut-shaming fa praticamente la stessa cosa, poichè le mire e gli effetti sono gli stessi. Perché allora non considerarlo una forma di abuso sessuale o di supporto alla cultura dello stupro?

Chi giustifica uno stupro spesso usa lo slut-shaming come alibi. Le parole di Rebecca del Grande Fratello contro Federica, un’altra concorrente che denunciò uno stupro sono molto gravi perché rivendicano l’abuso sessuale come una forma per insegnare ad una donna a pensare il suo corpo come un oggetto di desiderio, una tentazione, una colpa da nascondere.

Chi molesta una donna la considera un essere inferiore e chi giustifica queste forme di abuso considera la sessualità maschile come una forma di dominio legittima per appropriarsi un diritto di godere, di possedere la donna, di umiliarla e di rimetterla al suo posto.

La giustificazione delle forme di abuso sessuale in Italia sono talmente frequenti che lo stupro per una donna viene vissuto nella maggior parte di casi con sentimenti di auto-colpevolizzazione e vergogna. Lo slut-shaming è talmente radicato da essere ormai impossibile per una donna vivere una violenza sessuale (e spesso anche il sesso) senza provare sentimenti di colpa. Questo impedisce che la donna manifesti il suo disagio all’esterno (non solo attraverso la denuncia) e da ciò le conseguenze psicologiche della violenza diventano più pesanti.

Quasi un mese fa fecero scalpore le parole di una donna musulmana contro le donne occidentali stuprate, colpevolizzate per l’abbigliamento  che indossano. Le stesse reazioni non si sono scatenate contro gli italiani che portano avanti le stesse convinzioni, considerando che l’abbigliamento e l’atteggiamento delle vittime di molestie e stupri siano la principale causa delle violenze.

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Questi i commenti, nella pagina di Matteo Salvini, contro la donna musulmana che ha colpevolizzato le vittime di stupro occidentali:

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Maschilismo e ignoranza sono talmente radicati in Italia da considerare la violenza come una manifestazione legittima su una donna e lo slut-shaming è la principale causa di giustificazione dello stupro.

La nostra società illude le donne di essere emancipate e libere tanto da non accorgersi che non esiste alcun diritto per una donna italiana (e occidentale) di autodeterminazione sessuale.  Perfino la Presidente delle Pari Opportunità della Sardegna tempo fa affermò che ci sono donne troie nel dna (poi dimessa dopo le polemiche). Lo slutshaming  sostiene la cultura dello stupro e viceversa.  In questo contesto tutte le forme di molestia sessuale contro le donne prendono forma e si manifestano. La sessualità è considerata legittima solo se ne appropria l’uomo, se la rivendica come un modo per sottomettere la donna, soprattutto se non rispecchia il ruolo sociale di donna sessualmente sottomessa.

I seguaci di Salvini sono anche quelli che a gran voce richiedono il diritto delle prostitute di esercitare il mestiere ma poi usano la parola puttana per offendere una donna. Nel loro immaginario non esiste una donna che possa manifestare la sua sessualità come una forma di piacere, soprattutto se in modo autonomo.

Questa è una mentalità che accomuna tutti indipendentemente dal loro colore politico. Tempo fa fece scandalo il video di una ragazza che girò tutto il quartiere con una telecamera sul petto mostrando come siano frequenti (e ormai intollerabili) le molestie sessuali in strada. In America ha ricevuto perfino minacce di stupro. Non è possibile che una donna possa rivendicare i propri spazi denunciando quello che è ancora considerato un diritto maschile tanto da accusare la vittima delle molestie come esagerata se fa coming out di quello che le succede ogni giorno in strada. E’ proprio qui che hanno origine termini come “figa di legno” contro una donna che si sottrae dall’essere oggetto sessuale di un uomo e “cagna” contro chi manifesta il corpo come una forma di piacere autodeterminato dall’idea di oggetto sessuale.

Cagna, nell’immaginario comune, è colei che sceglie liberamente il partner e i partner con cui passare una notte. Figa di legno, nell’immaginario comune, è colei che non desidera andare a letto con chiunque la corteggi. La cultura dello stupro convive proprio in quel contesto che non permette qualsiasi forma di legittimazione sessuale della donna. Capita infatti che su Facebook alcuni utenti si nascondano dietro il nome di famosi stupratori per colpire la libertà sessuale di donne famose.

Tempo fa perfino un giornalista giustificò lo stupro considerando che “è colpa di come si vestono molte ragazze d’estate con i pantaloncini”. Da quell’affermazione è nata la campagna #glishortsnonstuprano ma non si sono levate voci come quelle contro la donna musulmana che disse altrettanto.

Twitter è il canale dove principalmente vengono veicolati messaggi antifemministi e dove il razzismo si accompagna alla negazione della violenza sulle donne, perfino alla giustificazione, con tweet che diffondono l’idea che le donne italiane vengono uccise di rado e per la crisi.

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La giustificazione della violenza sulle donne è dovuta soprattutto al linguaggio scorretto della stampa nel raccontare le violenze commesse dai nostri connazionali. Perciò se è italiano “era depresso, troppo innamorato, provato dalla crisi, pazzo, provocato dalla bellezza della vittima”…se è straniero “non tollerava il suo stile di vita occidentale, è causa della sua cultura machista”. Negare il maschilismo del nostro Paese è molto grave perché non aiuta le donne a denunciare ed è un ostacolo al processo di emancipazione femminile. Mentre si accusano altre culture per la condizione della donna si ha paura dell’emancipazione della donna italiana e questo è un controsenso.

Nella nostra pagina noi denunciamo tutte le forme di violenza indipendentemente dalla nazionalità e questo è un approccio corretto perché mette in evidenza che il maschilismo è un problema universale. Tantissime donne stanno mandando le loro testimonianze di violenze sessuali e noi le stiamo pubblicando per fare in modo che subire una violenza non resti un tabù alle soglie del 2016. Grazie per le vostre storie!

“Sono stata violentata a tredici anni, pochi mesi dopo il mio primo bacio, pochi mesi dopo il menarca, quando ancora non uscivo la sera perché ‘piccola’. Sono stata violentata in una villa pubblica e in pieno giorno durante le vacanze pasquali da un ‘uomo’ che aveva quasi dieci anni più di me e che, finita la violenza, mi minaccio di uccidermi se lo avessi raccontato a qualcuno. Per la paura non lo raccontai ai miei genitori né andai alla polizia (nemmeno sapevo si potesse andare dalla polizia). Ciò non ha però impedito che si venisse a sapere dell’accaduto, il mio stupratore infatti si è ‘vantato’ del suo gesto, sono stata accusata dai miei coetanei di essere una ‘facile’ e di essere stata io a sedurlo (a 13 anni). A distanza di cinque anni ho iniziato a prendere confidenza con l’accaduto e a vedere la violenza per ciò che è stata senza addossarmi colpe che non avevo, ho iniziato a capire ciò che ho subito dopo anni in cui ho cercato di dimenticare. La violenza subita mi ha ferita in modi inimmaginabili, soffro di un disturbo da stress post traumatico e ho un rapporto abbastanza problematico con il sesso, la nomea di ‘facile’ vivendo in una piccola città per anni è rimasta ma con il tempo molti hanno dimenticato. Lui è rimasto impunito, recentemente ho trovato la forza di parlarne ad un centro anti violenza scoprendo con amarezza che dopo tanti anni non si può più fare nulla, lo vedo ancora camminare per la città e avvicinare ragazze e ragazzine, spesso mi guarda con aria viscida e ammicca. L’unica nota positiva è la relazione che da un anno vivo con un coetaneo che ha capito la situazione e che mi sta dando il suo sostegno per superare la cosa. Dopo la mia esperienza a chi ha subito violenze posso solo dire : per quanto sia difficile e per quanto possa fare paura denunciate il vostro aggressore, non averlo fatto per tempo oggi permette al mio aggressore di vivere serenamente e ciò ogni giorno mi ricorda la violenza subita. Sappiate che non siete sole, anche se molti non capiranno e vi additeranno come ‘troie’ altri invece avranno la sensibilità di capire e starvi accanto, non abbiate paura a raccontare la vostra storia a un genitore, un amico, un insegnante, vi farà stare meglio”

2) Le testimonianze vengono pubblicate sotto hashtag #sonostataviolentata

Non avevo nemmeno diciassette anni, mai un fidanzato. Non sapevo cosa volessero dire il bacio e il sesso. Sfortunatamente sono nata e cresciuta in una famiglia che tiene ai “valori morali” e che allo stesso tempo mi considerava ancora una bambina a quasi 17 anni. Era il primo anno che uscivo e frequentavo anche amici maschi.
La mia classe dall’altra parte mi rinfacciava il fatto che fossi vergine e non avevo mai baciato un ragazzo in vita mia. Avevo il “coprifuoco”, ovvero prima delle undici dovevo tornare a casa, roba che persino Cenerentola era più emancipata di me. Il giorno prima della violenza andai ad una festa in spiaggia e conobbi un ragazzo. Lui mi portò a fare un giro e abusò di me senza arrivare alla penetrazione. Mi lasciò il segno di un succhiotto che tutti notarono ma non dissi come me lo avessi fatto. Mi sentivo violentata e stavo male colpevolizzandomi tutto il giorno.
Poi conobbi un ragazzo tramite amici. Mi piaceva, era carino ma non volevo correre anche perchè era più grande di me, 25 anni. Pensavo fosse un bravo ragazzo. Io non sapevo nemmeno come baciare, ero come una bambina e lui per questo si approfittó della mia ingenuità e curiosità. Baciava bene e io mi lasciai trasportare perchè mi piaceva il suo modo di baciarmi. Allo stesso tempo fui assalita da un senso di colpa poichè nella mia famiglia se sei donna non puoi fare certe cose col primo venuto. Mi bloccai e gli dissi che non volevo correre, anche perchè gli stessi mi insegnavano che se correvo lui non mi avrebbe più cercata. Insegnamenti sessisti che hanno condizionato come vivevo il sesso. Oltre a questo volevo che non continuasse anche perchè non sapevo nulla del sesso e non volevo essere trattata come oggetto. Lui se ne fregò. Che gliene fregava a lui della mia opinione se mentre a me insegnavano la virtù suo padre gli insegnava che le donne sono oggetti sessuali e non contano nulla? Se gli insegnò che ogni conquista è un trofeo?
Lui continuò a baciarmi e fece qualche selfie mentre eravamo assieme, usandomi come il trofeo delle sue conquiste. Io dissi che non ero d’accordo di quelle foto e lui mi rispose che poi le avrebbe cancellate. Questo fece alzare ancora di più il muro tra me e lui. Mi sentivo umiliata e non volevo più avere a che fare con lui.
Dopodichè andammo in macchina ed ero felice perchè pensavo mi avesse accompagnata, ma non era cosí.
Prese la mia mano e se la mise sul pacco e mi disse di toccarlo e baciarlo. Lo tiró fuori. Non avevo mai visto un pene dal vivo.
Mi vergognavo pazzescamente e pensai come faceva lui a non vergognarsi di tirarlo fuori e dirmi di “giocarci un po’”.
Poi vide che non avevo interesse e mi toccò dentro la canotta sul seno e poi tra le gambe misse un dito e ho sentito molto dolore dicendomi che mi sarebbe piaciuto di più.
Gli dissi di smetterla ma lui disse di stare tranquilla e lasciarlo fare…
Quella tortura durò qualche minuto finchè mi feci riaccompagnare a casa. Non riuscii nemmeno a ribellarmi e lo lasciai fare perchè avevo paura.
Speravo fosse sparito quando sul mio cellulare comparvero i suoi messaggi.
“Tesoro usciresti con me stasera”. Mia madre li lesse e mi diede la colpa, dicendomi di non frequentare ragazzi e disse “Cosa ci hai fatto? vergognati!”. Io le ho raccontato che non ero consenziente. Mia madre mi disse che era colpa che ero troppo sexy e lo provocai (me l’ha comprata lei la gonna tra l’altro)e della mia leggerezza di uscire con i ragazzi. Lei voleva denunciarlo ma tante volte mi diede della t…È assurdo che una madre pratichi victim blaming su una figlia violentata. Cosi ebbi vergogna e non le raccontai i dettagli, limitandomi al fatto che mi bació senza il consenso. E non si è mai accorta che la violenza con il quale mi masturbò mi provocò una lacerazione e sangue.
Intanto a scuola girò la voce, credo a causa delle foto e subii slut-shaming. I miei compagni che fino ad allora mi accusavano di essere una verginella sfigata ora mi davano della zoccola che si veste da troia e pronta a darla a tutti, soprattutto quando andavo a scuola in gonna mi dicevano di coprirmi e che non dovevo lamentarmi se mi violentavano. E persi gli unici amici che erano dalla mia parte i quali mi isolarono, solo perchè quella merda raccontò in giro che me lo ero scopato.
Da allora mi resi conto che vivo in una societá maschilista.

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