Perché doppio standard e perché vorremmo rimarcare la questione dello slut shaming

Sono già passati giorni da quando abbiamo inaugurato il progetto Doppio standard. E’ un progetto in evoluzione che apre le porte ad un approccio molto simile a quello che accade in America ( e ora in tutto il mondo) quando il femminismo ha cominciato a combattere gli stereotipi di genere anche nell’immaginario comune.

Quando io, Mary, ho cominciato a occuparmi di femminismo ho rivolto tutta la mia lotta alla denuncia degli stereotipi di genere nei mezzi di comunicazione italiani a causa dell’alto grado di sessismo in essi. Ho parlato anche di violenza sulle donne, di discriminazioni eccetera. Il punto è che noi continueremo a parlare di questi temi ma non è sufficiente chiedere un cambiamento dei media, del rapporto tra i sessi, della presenza delle donne nelle stanze del potere e via dicendo senza andare a valle, ovvero la causa per cui le discriminazioni e gli stereotipi di genere (e le violenze) hanno inizio.

Doppio standard si interroga sul fatto che gli stereotipi di genere vengono rappresentati perché in una società sono presenti immaginari comuni che permettono la loro radicazione. Ad esempio, se in TV la donna viene rappresentata unicamente come madre o come valletta è perché nell’immaginario comune è rappresentata l’idea che per una donna è importante essere madre o solo bella con un ruolo di secondo piano rispetto ad un uomo.

Certo, negli ultimi anni gli stereotipi sono stati messi in discussione e si parla di dare alle donne maggiore rappresentazione. Ma come mai stereotipi come lo slut-shaming difficilmente vengono messi in discussione?

Lo slut-shaming è l’idea secondo cui una donna perde valore o dignità se non incarna quel ruolo sociale di passività sessuale rispetto all’uomo. Lo s.s si manifesta ogni volta che una donna veste in modo da esaltare la sua sessualità, ha una vita sessuale attiva sfuggendo dal controllo maschile, se si prostituisce, ma anche se non riguarda il suo comportamento sessuale. Si ubica all’interno di un doppio standard ossia che a parità di comportamento un uomo sarà visto con indifferenza o addirittura elogiato.

Lo slut-shaming nasce dall’idea che la donna nell’immaginario comune è una prostituta per natura, dal doppio standard a parità di comportamento con un uomo. Nelle società occidentali la donna viene quasi incoraggiata ad apparire in modo sensuale, a spogliarsi e a scoprire il suo corpo indicando come oppressivo il modo di apparire delle donne di cultura mussulmana.

Perché malgrado ciò lo slut-shaming è ancora vivo e colpisce pure quelle donne che indossano abiti che scoprono il loro corpo? Ho cominciato a interrogarmi su questo fenomeno quando nel novembre del 2013 apparve nelle cronache il fenomeno della prostituzione minorile e la stampa si concentrò molto sul comportamento di queste ragazzine senza interrogarsi nemmeno una volta cosa spinge certi uomini adulti, spesso padri, ad andare a letto con due minorenni.

La stampa italiana, senza che nessuno fuori dagli ambienti femministi si indignasse, ha cominciato a generalizzare su questo fenomeno facendolo apparire come molto comune. Uscirono rubriche come quella di Beatrice Borromeo che descriveva tutta una generazione di adolescenti femmine come coloro che fanno subire ai maschi il loro potere sessuale attuando comportamenti sessuali come una gara per acquisire popolarità (quando non è vero questo anche perché ancora oggi non è un vanto per una donna accumulare esperienze sessuali).

Ormai nell’immaginario comune, a causa dei media, le ragazzine sono tutte delle lolita che corrompono gli adulti anche perfino nei casi di violenze sessuale. La violenza dei giovani sulle ragazzine, fenomeni come il cyberbullismo sessista e omofobo passano in secondo piano. Anzi spariscono perché fanno meno paura della libertà sessuale della donna, anzi sono strumenti per frenarla e la loro tolleranza è maggiore.

Lo slut-shaming in Italia , se nel resto del mondo è messo in discussione anche dai media, è un fenomeno che sta crescendo. Dagli hashtag #escile per umiliare ed esortare le donne dello spettacolo di bella presenza a spogliarsi all’aggettivo “cagna” lanciato da Andrea Dipré utilizzato per umiliare le ragazze che si fanno i selfie in mutande e li postano su Facebook per invitarle a coprirsi. Sono diventati fenomeno di consumo di una nuova generazione (di uomini e di donne) che vogliono umiliare la donna e rimetterla al suo posto. Da una parte essi vogliono acquisire dominio decidendo loro quando esse devono spogliarsi (#escile) o coprirsi (#cagna).

In un Paese dove il femminicidio e lo stalking crescono a dismisura un fenomeno così deve essere per forza letto e incastonato nello stesso contesto. E’ sotto gli occhi di tutti. Ragazzi e ragazze (anche le donne italiane  rifiutano il femminismo e spalleggiano il maschilismo più becero vantandosi della loro sottomissione) prendono la foto di un’amica, una sconosciuta o una loro conoscente e ci creano sopra un meme. Immediatamente la fanno girare su tutto il web con la scritta in Impact “sono una cagna”. Zoccola, troia, vacca e puttana.

Cagna per come ti vesti, cagna per quanto bevi, cagna per quante persone frequenti, cagna per i posti che frequenti, cagna per i ragazzi che frequenti, cagna addirittura per come ridi e per come mangi.

A questo si aggiungono le vendette porno degli ex (come il caso Forza Chiara) e le ragazzine filmate di nascosto (consenzienti o meno durante il rapporto) e poi svergognate sul web. Ricordiamo Rehtaeh Parsons, stuprata e filmata si suicidò e Carolina Picchio che fu filmata mentre era ubriaca e molestata, insultata sul web e spinta al suicidio.

Ma lo slut-shaming non colpisce solo le donne nei loro comportamenti sessuali. Nel mese di luglio 2014 due ragazze ventenni Greta e Vanessa furono rapite in Siria durante il loro soggiorno come volontarie per aiutare i bambini siriani stremati dalla guerra. Fin dal primo momento sono state considerate come terroriste collaboratrici dell’ISIS e poi molto frequentemente come delle prostitute che sono andate a letto con i guerriglieri terroristi.

Pagine su pagine sessiste si sono moltiplicate sul web e tantissime persone, soprattutto uomini, si sono sentiti duri nel rimarcare il fatto che per loro non sono null’altro che puttane.

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Per un periodo ho amministrato la pagina web di Greta e Vanessa libere e ci ho messo ore e persino giorni per cancellare gli insulti sessisti rivolti a queste ragazze sia i periodi del loro rapimento che al loro ritorno (e nemmeno oggi si sono placati). Perfino politici hanno dato retta alle mille bufale che uscirono sul loro conto in cui insinuavano che fecero sesso coi loro carcerieri. Gasparri lanciò un tweet che diceva che dovevano vergognarsi per aver fatto sesso con loro.

In molti hanno creduto alla bufala e lo slut-shaming si rafforzò tantissimo. Questo episodio fa comprendere quando è forte in Italia questo concetto e come tu donna sei puttana per il fatto di essere nata donna.

Così personaggi pubblici come la Boldrini e altre donne in politica sono nel mirino dell s.s più delle pornostar, veline, attrici ed olgettine. Questo perché molte volte non è proprio il fatto che tu faccia sesso a non essere tollerato ma il fatto che tu donna esci dalla sottomissione alla quale una società maschile ti ha relegata.

La donna che sta a casa e si sottomette al ruolo di madre e al sacrificio non sarà mai oggetto di slut-shaming. Tutte le altre sì, qualsiasi cosa facciano  E questo deve far riflettere.

Basta slut-shaming!

 

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