In Italia la violenza sulle donne viene ancora giustificata

Pubblicato su Blastingnews

In piena Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne un uomo ha ucciso la moglie perché non voleva che lei lavorasse. Un colpo di fucile per stabilire una volta per tutte l’autorità maschile su di lei, è quello che accade spesso in Italia, negli ultimi anni ogni due giorni.

Raffaella Presta era una donna e mamma di 40 anni. La descrivono come una donna riservata. Dall’altra parte c’è suo marito, un uomo geloso che non accettava il suo brillante lavoro di avvocato penalista. Tutti sapevano che lui la picchiava, ma lei malgrado avesse esperienza in materia per il lavoro che svolgeva non lo aveva mai denunciato.

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Secondo un’indagine condotta da ISTAT nel 2006, le donne vittime di violenza domestica erano 3 milioni (  7 milioni  contando anche altre forme di abuso) . Tuttavia l’80% delle vittime di violenza non hanno denunciato gli abusi domestici o sono tornate a vivere coi violenti (73%). I motivi principali che spingono le donne a non denunciare le violenze coniugali sono la credenza di farlo per il bene dei figli, la promessa di cambiamento da parte del violento e la voglia di dare a lui un’altra possibilità (vedi grafico).
Si tratta di un grave problema sociale legato a retaggi culturali ancora radicati in Italia ma è anche un fenomeno in crescita perché sempre più tollerato nonostante i diritti femminili negli ultimi anni siano stati quasi raggiunti. Infatti, secondo uno studio di We World Onlus e Ipsos condotto sui giovani under 30, molti intervistati hanno risposto che la violenza sulle donne dipende da “un raptus per troppo amore”.

Un giovane su cinque ha affermato che la violenza di genere sono problemi privati. Insomma, il vecchio detto “i panni sporchi si lavano in famiglia” pare ancora in voga. Ma i giovani di oggi sono anche più indulgenti delle generazioni precedenti, secondo il sondaggio.
Infatti, mettendo in relazione le risposte coi dati ISTAT pare che le scarse denunce siano correlate a questi pregiudizi. Del resto è lo stesso pensiero che viene trasmesso dai mass media italiani. Sempre più associazioni femministe denunciano la costante tendenza da parte di stampa e programmi televisivi di usare la parola “raptus” e “troppo amore” per descrivere episodi di cronaca in cui è coinvolta una donna come vittima.

Sono inoltre tantissime le pagine sui social network che monitorano la presenza di una misoginia sempre in crescita in essi da parte di utenti.
Stando ancora ai messaggi che vengono veicolati dai media è ancora presente una tendenza a giustificare la violenza sulle donne. Poco prima del 25 novembre, infatti, nell’edizione italiana del Grande Fratello una concorrente ha inveito contro un’altra che denunciò pubblicamente di essere stata vittima di violenze di gruppo all’età di 13 anni, sostenendo che : ‘certo che dopo tutti questi anni va ancora in giro mezza nuda non ha proprio dignità’ e ‘si dovrebbero sentire entrambe le campane’. La violenza sessuale come strumento per insegnare alla donna a stare al suo posto, per farle capire che di natura è una peccatrice e che non può rivendicare alcuna soggettività nel suo corpo. Le leggi stabilite da un mondo dominato dall’uomo. Il corpo (femminile) abusato come una vergogna da nascondere. La donna come menzognera per natura. Tutti pregiudizi insiti nella cultura cattolica su cui il nostro Paese privo di ogni forma di laicità si porta ai giorni nostri. L’affermazione di Rebecca, prima sacerdote,ne è l’esempio più esplicativo di una credenza comune di origine religiosa.

All’episodio hanno assistito milioni di telespettatori e nonostante le loro proteste la produzione non si è né scusata né ha ammonito il comportamento di alcuni concorrenti contro la vittima di stupro, colpevolizzata per non aver imparato da quell’esperienza ad aver pudore del suo corpo.

Tuttavia oggi i mezzi di comunicazione sono più sensibili alla violenza di genere ma nonostante questo si adopera un linguaggio e una comunicazione inappropriati che non aiutano a modificare le credenze degli italiani ancora convinti che, secondo la stessa ricerca, la violenza è giustificabile se lei lo ha tradito o esasperato. Secondo un recente sondaggio condotto da Eurodap uscito proprio il 25 novembre, infatti, il 70% degli italiani è convinto che il tradimento coniugale maschile sia giustificabile. Il 60% delle donne ha detto di essere favorevoli se la donna accontenta un marito geloso rinunciando a uscire con le amiche.

Oggi sempre più talk-show televisivi e organi di stampa incoraggiano le donne a denunciare ma non sono in grado di indagare sulle cause del fenomeno; parlare di femminismo è ancora scomodo, gli stereotipi di genere molto diffusi e il victim blaming è preferito alla disapprovazione dei violenti (nel link secondo l’autrice chi non denuncia è stupida, ignorante e masochista).

A questo si aggiunge l’inefficienza delle istituzioni italiane a contrastarlo, poiché malgrado le denunce siano ancora basse sono aumentate ma l’indulgenza dei tribunali, la carenza di strumenti di prevenzione, informazione e contrasto (poche hanno avuto accesso a un centro antviolenza 0.08) elargiti dal nostro Governo sono spesso causa di ennesima vittimizzazione. Non è un caso che la maggior parte delle donne che sono state uccise avevano già denunciato i loro assassini.

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