Fatema Mernissi, la donna che cercava oltre i confini

30 novembre 2015 – Si è spenta all’età di 75 anni un’illustre voce della letteratura marocchina: la sociologa e scrittrice Fatema Mernissi.
Conosciuta e apprezzata a livello internazionale grazie alle numerose traduzioni dei suoi libri, ha raggiunto i lettori italiani con La terrazza proibita (1996), L’harem e l’Occidente (2000), Islam e democrazia (2002), Karawan dal deserto al web (2004).
La scrittrice coniugava un grande coinvolgimento nella questione femminile araba con una profonda conoscenza del libro sacro della religione islamica, promuovendo un’immagine umanistica dell’islam e dando vita a saggi arguti e pagine di narrativa in cui, con uno stile leggero e ironico, delinea i tratti delle varie “prigioni” che tengono rinchiuse le donne.
Prigione per eccellenza della donna araba è l’harem, un luogo che è al tempo stesso casa e recinto, dove la scrittrice marocchina nacque e trascorse la sua fanciullezza che riaffiora tra le pagine de La terrazza proibita. Le vicende delle donne di casa Mernissi sono tasselli che compongono un puzzle sulla condizione femminile nel Marocco degli anni ’40 del secolo scorso, episodi che vengono rievocati sottoforma di ricordi di una bambina vispa e curiosa che cominciava ad interrogarsi circa un mondo, quello degli adulti, che separava uomini e donne e allontanava queste ultime dalla vita pubblica.
Il discorso sull’harem prosegue nella sua letteratura attraverso un interessante confronto tra l’harem orientale e l’immagine che di esso ne hanno gli occidentali, a partire dalla rappresentazione esotica e sensuale che ne facevano grandi pittori come Delacroix nel XIX secolo.
Le prigioni sono delimitate da confini, ed è, dunque, contro i confini di ogni tipo che si batteva Fatema Mernissi, dichiarando, in un’intervista del 2002 in occasione del FestivaLetteratura di Mantova, che “il confine ha sempre a che vedere con la violenza e l’esclusione”.
Secondo la scrittrice non solo la donna deve conoscere, per poter superare, i confini in cui viene relegata, bensì dovrebbe farlo l’intera umanità in nome di uno scambio pacifico di conoscenza e cultura tra i popoli.
Spinta da queste idee rivoluzionarie Fatema Mernissi contribuì, inoltre, nel 1995 al progetto Caravan civique, una carovana itinerante che fa tappa in diverse città del Marocco per promuovere incontri, dibattiti, laboratori di scrittura, spettacoli e mostre d’arte con l’obiettivo di coinvolgere diversi strati della società. La Caravan civique ha raggiunto anche altri paesi del Mediterraneo, tra cui Italia e Spagna.
Quale modo migliore per ricordarla se non attraverso il potere delle sue stesse parole, testimonianza scritta di pensiero, cultura e umanità: un potere per troppo tempo detenuto dagli uomini e che per la scrittrice è lo strumento decisivo che permette alle donne di riprendere il controllo delle proprie vite, così come insegna la Shahrazad de Le Mille e una notte.
Vi lasciamo, dunque, con un breve passo tratto da La terrazza proibita:

Questa faccenda di andarsene in giro con un limite dentro la testa mi disturbava, e con discrezione mi portai la mano alla fronte per assicurarmi che fosse bella liscia, tanto per vedere se casomai io potevo essere libera dall’harem. Ma proprio allora la spiegazione di Jasmìna si fece ancora più allarmante, perché la cosa che disse subito dopo fu che ogni spazio aveva delle regole invisibili sue proprie e, al momento di entrarvi, bisognava capire quali fossero. «E quando dico spazio», continuò, «può essere uno spazio qualunque – un cortile, una terrazza, una stanza, anche la strada, se è per questo. Dovunque vi siano esseri umani, la c’è una qà’ida, ovvero una “norma” invisibile. Se ti attieni alla qà’ida, non può accaderti nulla di male». In arabo, mi ricordò, qà’ida significa molte cose diverse, ma tutte condividevano la stessa premessa di base. Una legge matematica o un sistema legale era una qà’ida, e così anche le fondamenta di un edificio. Qà’ida era anche un costume o un codice di comportamento. Qà’ida era dappertutto. Poi aggiunse qualcosa che mi spaventò davvero: «Sfortunatamente, nella maggior parte dei casi, qà’ida è qualcosa che va contro le donne».«Perché?», domandai. «Questo non è giusto, vero?», e mi feci più vicina, per non perdermi neanche una sillaba della sua risposta. Il mondo, disse Jasmìna, non era concepito per essere giusto con le donne; le regole erano fatte in maniera tale da danneggiarle sempre, in un modo o nell’altro. Per esempio, disse, sia gli uomini che le donne lavorano dall’alba fino a notte fonda, ma gli uomini guadagnano soldi e le donne no – questa era una di quelle regole invisibili. E quando una donna lavora duro, e non guadagna soldi, allora si può dire che sta rinchiusa in un harem, anche se non se ne vedono le mura. «Forse le regole sono spietate perché non sono fatte dalle donne», fu il commento finale di Jasmìna.«Ma perché non sono fatte dalle donne?», chiesi.«Nel momento in cui le donne si sveglieranno e invece di cucinare a puntino e lavar piatti tutto il tempo, cominceranno a porsi questa domanda», rispose lei«allora troveranno il modo di cambiare le regole e di capovolgere l’intero pianeta». «Quanto ci vorrà?», le chiesi, e Jasmìna disse: «Molto tempo».
Allora le domandai se poteva insegnarmi come fare a indovinare quella regola invisibile, o qà’ida che dir si voglia, ogni volta che mettevo piede in uno spazio nuovo. Non c’erano dei segnali, o qualcosa di tangibile che potessi cercare? No, disse, purtroppo no, non c’erano indicazioni tranne la violenza che seguiva il fatto; perché, nel momento in cui avessi disobbedito a una qualunque di queste regole invisibili, mi avrebbero fatto del male. Comunque, osservò, molte delle cose che alla gente piace di più fare nella vita, come andarsene a spasso, scoprire il mondo, cantare, danzare, esprimere un’opinione, erano spesso annoverate nella categoria del proibito. In effetti la qà’ida, o regola invisibile, poteva essere molto peggiore delle mura e dei cancelli. Con mura e cancelli, almeno si sa cosa ci si aspetta da noi.

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