L’Italia è un Paese razzista: gli immigrati, soprattutto donne, vittime di discriminazioni

Mentre il caso del ragazzo senegalese che ha strappato il crocifisso ad una sua compagna ha creato un caso mediatico sulla mancanza di integrazione degli stranieri, una connazionale bravissima a scuola e integrata benissimo tanto da prendere dieci in diritto, è stata offesa dai compagni a Pisa che hanno esclamato : “una negra che prende dieci in diritto non si è mai vista”. Una ragazzina che potrebbe un giorno diventare una buona avvocata è stata pure insultata in modo sessista dai suoi compagni di scuola che continuano a mandarle lettere anonime costringendola a non andare a scuola. Ancora nessun provvedimento da parte della scuola.

Neanche un mese fa una ragazza di origine marocchina è stata malmenata dall’autista di un bus e apostrofata come “scimmia”, “negra” e “troia”, tutto ciò senza alcuna indignazione da parte dell’opinione pubblica che anzichè condannare il gesto ha espresso solidarietà contro l’autista sicuramente “ingannato dal solito straniero che si inventa tutto per passare da vittima”.

Questo episodio getta, ancora una volta luce, sul razzismo nel nostro Paese e rivela l’agghiacciante condizione degli immigrati. Tutto ciò mentre chi li rimprovera di non volersi integrare, ignora che la mentalità corrente non consente invece loro di integrarsi. Tutto ciò a causa di un fenomeno chiamato razzismo.

Infatti, L’Istat in un recente rapporto rivela che gli stranieri hanno maggiori difficoltà in ambito lavorativo e sono pochi quelli che riescono a raggiungere una mobilità ascendente. Le donne straniere versano in una condizione anche peggiore. In quanto donne, in un paese dove le donne sono discriminate perché donne e perché straniere. Dunque, le donne subiscono razzismo e sessismo, in un paese dove alla critica condizione femminile si uniscono anche pregiudizi razziali. Si legge su InGenere:

il 46,8 per cento degli occupati stranieri continua a svolgere lo stesso tipo di professione rispetto al primo impiego, il 29,7 per cento accede a un gruppo professionale superiore a quello di partenza, infine, il 23,5 per cento transita in un gruppo professionale inferiore a quello iniziale. L’elevata concentrazione degli occupati stranieri in alcune professioni fortemente segregate per genere condiziona la loro mobilità professionale con accentuate differenze tra uomini e donne. Le donne più spesso degli uomini restano occupate nello stesso tipo di professione nel corso dell’intera esperienza lavorativa (il 50,9 per cento contro il 43,5 degli uomini). Tra le donne, è inoltre più elevato il rischio di avere un percorso di tipo discendente (26,1 per cento contro il 21,4 degli uomini). La possibilità di avere un percorso professionale di tipo ascendente nel corso della storia lavorativa varia sensibilmente rispetto al genere del lavoratore e al suo titolo di studio (figura 2).

Continuate a leggere il post su InGenere.

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