#LiberaInfanzia e stereotipi sui bambini: femmine passive e maschi sicuri di sé

Queste sono alcune immagini raccolte dalla pagina “La pubblicità sessista offende tutti“, gruppo di Annamaria Arlotta sempre attivo contro gli stereotipi di genere nella pubblicità che purtroppo colpiscono pure i più piccoli.

Nella prima immagine della gallery troviamo una foto che una degl* utent* del gruppo ha scattato in un centro commerciale. La foto ritrae la confezione di un giocattolo che riproduce un mini carrello delle pulizie (tipo il mocho vileda). Nulla in contrario se un bambino desidera giocare a fare le pulizie. Il problema è che per questo tipo di giocattoli appaiono sempre foto di bambine, come a contrassegnare che si tratta di giocattoli esclusivamente femminili. Ciò porta il bambino a scartarlo a priori perché lo considera un giocattolo da femminucce e al genitore di comprarlo o raccomandarlo solo alla figlia.

Perché pulire la casa continua ad essere considerato un “gioco da ragazze”? Chi non vede il lato negativo di questi giocattoli e chi li considera innocenti non si rende conto che dietro al gioco si nascondono ruoli di genere ed è attraverso ciò che si insegna ai bambini e alle bambine cosa è appropriato o meno al proprio genere ( o sesso biologico).  Allo stesso modo nei negozi e centri commerciali italiani assistiamo ad una vera e propria segregazione degli scaffali che indirizzano gli adulti e i bambin* al reparto rosa dedicato a cura, bellezza e frivolezze per le femmine e videogiochi, tecnologia, motori, supereroi per i bambini.

Tutti gli stereotipi radicati nel nostro Paese e il gap di genere sono anche conseguenza di ciò che viene insegnato da piccoli.

Andiamo avanti perché non è soltanto nei giocattoli che troviamo stereotipi sull’infanzia. La seconda immagine infatti è un affissione per la Festa dei Lavoratori e la sicurezza sul lavoro. Nel poster sono ritratti due bambini: un maschio e una femmina. La bambina è ritratta come i principali stereotipi sulle infermiere: sguardo basso, remissivo, timido, dolce e dichiara di voler fare l’infermiera per “curare gli altri”. Chissà se chi ha creato il cartellone sa che oggi gli infermieri possono pure laurearsi, hanno tante mansioni e non appaiono come mamme o in modo casto o remissivo (ma nemmeno in abiti succinti come in altre occasioni appaiono le infermiere). E chissà se sa che le donne possono oggi diventare anche medico!

Il bambino è rappresentato come un operaio e ha lo sguardo sicuro di sè. L’immagine suggerisce inoltre che solo i maschi possono costruire le case e solo le femmine possono diventare infermiere, cosa che non è assolutamente vera nel 2015!

L’ultima immagine appartiene all’azienda Benetton e ritrae due bambini piccoli che si baciano, imitando il mondo adulto. Dunque troverete: tradimenti, gelosie ed effusioni e pure razzismo! Una sessualizzazione precoce unita agli stereotipi sulle donne (dove siamo sempre rappresentate come oggetti sessuali o come timide e sottomesse e i maschi come latin lovers) che dovrebbe essere bandita ma che purtroppo continua incessante ad essere riprodotta come un leitmotif nel mondo pubblicitario.

Quanto costa affinché la pubblicità cominci a lavorare sull’autostima femminile senza relegarla ad un’esistenza passiva e subalterna, in un angolo rosa o una gabbia rosa nella quale nessuno può aver accesso?

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Un commento

  1. A parziale discarico del secondo manifesto (Festa dei lavoratori: sempre al plurale maschile) suggerisco che probabilmente Monica è una medica, come suggeriscono il camice e lo stetoscopio, però è vero che per la bambina è stato scelto un lavoro di cura, mentre per il bambino no.

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