Anatomia di una mamma italiana, i meme che giustificano lo stupro e #GliShortsNonStuprano

Il caso dello stupro di Roma ha suscitato talmente clamore che la stampa ha cominciato a sfruttare l’occasione per scatenare una serie di morbosità nel pubblico. Nei momenti successivi all’arresto di Simone Borgese, reo confesso dello stupro della tassista, molti giornali hanno cominciato a pubblicare articoli sulle considerazioni che sua madre ha di questo ragazzotto.

Un bravo ragazzo che aveva sofferto. E’ un leitmotif che si sente ogni volta che un italiano è colpevole di un reato contro le donne. Era un bravo ragazzo, non è un mostro, poverino era depresso, soffriva, non era compreso, ha agito solo di impulso, era ubriaco, lei era consenziente, lo ha provocato e via dicendo.

Si sguinzagliano di solito parenti e amici del colpevole, spesso le madri. Ecco che viene evocata la figura della madre italiana sottomessa all’autorità di figli, padri, mariti e fidanzati e viene sguinzagliata per cercare nel lettore empatia verso chi fa male ad una donna che non è della famiglia, perchè tutte quelle che non fanno parte della stessa famiglia sono solo puttane.

«Mio figlio deve pagare per quello che ha fatto. Però vi prego di credermi, vi supplico: Simone non è un mostro. Dovete concedermi di spiegare a tutti chi è davvero Simone. Il figlio di un padre alcolizzato, un barbone, un violento con il quale ha vissuto da quando me ne sono andata via di casa nel 2005, stanca di essere picchiata e maltrattata ogni giorno». «È un ragazzo che ha sofferto, e anche se voi pensate che le parole di una mamma non contano niente, è quella la causa di tutto. Non è cattivo». «Io – dice ancora la mamma di Borgese – non voglio giustificarlo ma insisto, Simone non ha avuto una vita facile. Quando me ne sono andata di casa, lui è cresciuto con il padre che ci ha lasciato tantissimi debiti».

Ecco che viene evocata la figura della madre del dolore. In un certo senso è vero che la maggior parte dei violenti hanno avuto genitori violenti ed è provato che spesso hanno imparato a sopraffare le donne tramite i loro padri, ma questo significa che il figlio va giustificato o compreso per il gesto che ha fatto?

Non ci stupiamo se sul web comincia a moltiplicarsi la gente che giustifica uno che ha stuprato una donna e c’è chi ha creato su facebook un gruppo che lo dipinge come una vittima, ma vittima di cosa?

Si ricomincia ancora a rievocare la figura della “stronza” che gli ha rovinato la vita con una denuncia? Come se non fosse diritto di una donna fare una denuncia contro una violenza quando è il bravo italiano a compierla.

Perché il vero problema è che la cultura dello stupro nel nostro Paese è così viva che in certe pagine compaiono meme che inneggiano allo stupro perchè la vittima indossava i minishorts o la minigonna.

Come questa foto che sta facendo il giro del web e rivela quanto sia forte in Italia il problema della cultura dello stupro.

legalize

L’immagine contiene tutta la considerazione, molto radicata in Italia, che se tu indossi un paio di shorts allora un uomo può saltarti addosso.

Inutile pensare che questo non sia legato proprio all’idea del raptus, scusa che viene data agli uomini e legata dall’idea che hanno impulsi sessuali irrefrenabili.

Molti per giustificare la foto hanno cominciato a dire che era una cosa per ridere come se in Italia gli stupri non vengano giustificati sul serio anche nelle aule dei Tribunali e nelle questure, dove molti casi sono stati archiviati proprio perché si ritiene che se indossi una minigonna o un pantaloncino corto allora puoi anche essere stuprata.

Altri hanno addirittura detto che le vittime dovrebbero andare in galera assieme ai loro stupratori per istigazione allo stupro e davvero mi viene da pensare in cosa siamo diversi dai Paesi additati dalle stesse persone come incivili a causa delle stesse idee sulle donne.

Vogliamo essere libere di indossare quello che vogliamo senza che qualcuno si permetta di pensare che in questo modo siamo ragazze facili o siamo più colpevoli dei nostri stupratori. Vogliamo che la gente capisca che indossare un minishorts o uno shorts non è un reato.  Per questo ho deciso di rilanciare la campagna #GliShortsNonStuprano. Vi chiedo di aderire il più possibile inviando una vostra foto accompagnata con l’hashtag sia in privato su Facebook, su Twitter o all’indirizzo email m.verderame@hotmail.it (il mio perché l’altro non lo uso più).

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Ribadiamo che nessuno ha il diritto di rovinarci la vita e mandiamo a quel paese il complesso Madonna-puttana, lo slut shaming e l’idea dell’uomo come predatore. #glishortsnonstuprano, i peni e le mani degli stupratori sì. #Capiteci.

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7 comments

  1. L’ha ribloggato su Chezlizae ha commentato:

    ………..io mi sono rotta i coglioni
    nn sò devo adottare il burka?
    Io mi sono rotta i coglioni
    e ho chiesto perdono a mia figli x averla fatta femmina…
    io mi sono rotta i coglioni di questa gente che si dimentica che è nata da una donna
    invoco l’antica legge..
    occhio x occhio
    stupro x stupro…
    e vaffanculo …fate girare stò post grazie…

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  2. Questo articolo mi piace molto, ti manderò al più presto una foto! Gli uomini troppo spesso si nascondono dietro questa storia dei raptus, ma se non erro dovremmo essere la “specie evoluta” su questo pianeta… si fanno ammazzare cani che magari mordono per difesa, ma si giustificano essere umani che in teoria dovrebbero avere più cervello!

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