Il bullismo lascia cicatrici nell’anima

Il bullismo non può essere definito come “una ragazzata” ma come un vero e proprio reato di violenza psicologica (o fisica).  l bullismo lascia “cicatrici” molte volte anche indelebili, soprattutto se gli atteggiamenti di prevaricazione persistono nel tempo.

Lo rivela uno studio di Boston che ha seguito un gruppo di oltre 4.200 minori nel corso della loro adolescenza analizzando i loro comportamenti prima, durante e dopo gli episodi di bullismo che avevano dovuto subire. E’ la prima ricerca in assoluto che cerca di capire fino a che punto si estende la gravità del danno che, in un primo momento, sembra si esaurisca con la guarigione dei lividi. Oltre alle già note conseguenze sulla psiche (depressione, ansia, insicurezza, fobie) sono state notate conseguenze serie sulla salute fisica (difficoltà a camminare, a correre, a partecipare a sport di gruppo, ecc.).

Credo che gli studi siano molto importanti per mettere in luce la gravità delle conseguenze di un individuo esposto a queste prevaricazioni. Io ho subito bullismo per lunghissimi anni. Fu un “leitmotiv” che si ripeteva quasi ogni giorno, fatto di prese in giro ripetute, battute pesanti, insulti, esclusioni e anche violenza fisica. Violenza gratuite, solo per il gusto di divertirsi, scaricare le loro frustrazioni su di me o far passare le noiosissime sei ore di lezioni.

Dai 13 anni e mezzo cominciai a manifestare problemi di ansia grave. Ogni cosa che mi poneva in contatto con gli altri mi metteva ansia e paura. Per anni, prima di affrontare situazioni sociali provavo ansia già dalla notte prima di ogni giorno in cui sarei dovuta tornare a scuola.

Durante gli anni scolastici io soffrivo di forte ansia, colon irritabile e psoriasi del cuoio capelluto (che ho tuttora). Per me e per i miei la scuola era molto importante e io anche se studiavo molto odiavo il suo odore, le sue regole, i suoi copioni imposti e le gerarchie. Erano importanti anche i contatti sociali, gli amici. E come può non esserlo quando nell’adolescenza la tua popolarità è legata ai rapporti con gli altri?

Non riuscivo a rapportarmi con nessuno perché pensavo di essere respinta ma nemmeno a fare le cose che ora mi sembrano più banali come fare e ricevere una telefonata, mangiare, guidare, uscire di casa o scrivere in pubblico. Ogni cosa che facevo temevo che qualcuno stesse lì a giudicarmi.

Ogni volta che ricevevo una telefonata temevo di fare pessime figure e quando ricevevo chiamate anonime o da numeri che non avevo nella rubrica mi veniva un’ansia terribile poiché ricordavo lo stalking che subii in prima superiore per mesi e mesi. L’ansia del telefono e del citofono erano le mie ossessioni principali. Così mi rifiutavo di fare chiamate e “trattavo la mia famiglia come segretari” anche per chiamare il parrucchiere o il dentista.

A quest’ansia si aggiungevano pensieri suicidi e autolesionismo. Ho cominciato col tirarmi i capelli dalla prima superiore nei momenti in cui ero nervosa. Mia madre si chiedeva come mai finissero in terra così tanti capelli. Era diventata una mania che ripetevo a scuola, a casa e a letto. E una professoressa mi rimproverava in continuazione. Poi ho cominciato a graffiarmi le braccia, le gambe, i brufoli e le mani verso la quarta superiore.

Quando lo facevo mi procurava sollievo. Più avanti, quando i segni furono così profondi da non riuscire più a nasconderli, mi tagliavo solo per attirare l’attenzione degli altri. Lo facevo perché pensavo che solo preoccupando gli altri potevo essere amata o che qualcuno potesse accorgersi del mio disagio.

Tentai il suicidio due volte in casa appena tornata da scuola ma i miei mi fermarono in tempo. Non ricordo perfettamente se fossi realmente intenzionata a farlo. Però volevo sparire perché mi sentivo inutile e colpevole per quello che mi accadeva. Me ne vergognavo parecchio, insomma, come se fosse una colpa o un qualcosa che meritavo.

Ma i segni peggiori li ho avuti a distanza di anni. Sì perché i problemi si aggravano quando tutto finisce e non è assolutamente vero che quando cessano le violenze sei libero/a.

Porto ancora i segni delle cicatrici fisiche e psicologiche e ogni volta che li vedo mi ricordo quei momenti. Non dico di essere guarita. La frustrazione ti rimane dentro. Ogni tanto mi vengono le ricadute e sono in cura da tempo. A 21 anni, a un anno dalla fuga a Milano, decido di superare la vergogna e mi presento da uno psichiatra. Mi diagnostica l’ansia sociale e mi prescrive il Dropaxin più un ansiolitico da prendere la notte contro l’insonnia.

La cura ebbe effetti positivi e dopo quattro anni di cure superai l’ansia. Ma non del tutto. Interrompo bruscamente la cura perché mi ritenni guarita. Feci un grande errore anche perché quelle cure mi davano forte dipendenza soprattutto l’ansiolitico che prendevo la notte. Dunque andai in astinenza.

Tra il 2011 e il 2012 ebbi una ricaduta. Ricomincio con l’autolesionismo e cado in depressione cominciando a non impegnarmi in ogni cosa che faccio. La mia fu una sofferenza silenziosa finché chi era attorno a me se ne accorse.

Ho cambiato cure e diagnosi tante volte tra ansiolitici (per l’ansia e l’insonnia), antipsicotici (per non tagliarmi), antidepressivi e speso tanti soldi tra psicologi e psichiatri (privati) perché all’asl mi hanno rovinata sbagliandomi la diagnosi. Cosi’ decisi di abbandonare le cure.

Nell’estate del 2012 la fobia sociale ricomparve durante un periodo di depressione, accompagnata da attacchi di panico continui tali da farmi finire al pronto soccorso. La terza volta che finii al pronto mi propongono il ricovero; io accettai e mi feci rifare la diagnosi.

Mi hanno diagnosticato un disturbo borderline di personalità con disturbo bipolare. Mi dimettono e dovetti rifare la diagnosi da un privato che mi ha fatto interrompere piano piano le dosi. Mi sbagliarono di nuovo la diagnosi perché io non sono né borderline né bipolare ma sono solamente una vittima di bullismo che soffre per le violenze subite nel suo passato.

Un paio di mesi dopo finisco di nuovo al pronto soccorso per farmi suturare un taglio procuratami volontariamente con una lama di coltello (10 punti). Mi propongono nuovamente il ricovero ma rifiutai perché dovevo sostenere un esame. Mi faccio rifare comunque un’altra diagnosi.

Il decorso sta andando meglio e attualmente sono seguita da una psicoterapeuta e da un primario di psichiatria ma ho difficoltà a dormire e ho ancora gli incubi quasi ogni notte e quegli episodi di bullismo mi appaiono costantemente. Ho paura di subire aggressioni mentre cammino per strada e non riesco a relazionarmi bene con il prossimo perché non mi fido molto delle persone e perché ho paura del rifiuto e dell’abbandono.

Molte volte rimpiango di non aver vissuto un’adolescenza serena e sentivo e sento la stessa solitudine addosso.

Cosa dico ai bulli? I bulli dovrebbero leggere la mia storia per rendersi conto delle loro azioni.

Dico agli adulti che bisogna non sottovalutare il problema ed agire tempestivamente, poiché le conseguenze del fenomeno sul piano psicologico, sia a breve che a lungo termine, possono essere gravi sia per le vittime ma anche per i bulli e per gli attendenti.

Per le vittime il rischio è quello di manifestare il disagio innanzitutto attraverso sintomi fisici (es. mal di pancia, mal di testa) o psicologici (es. incubi, attacchi d’ansia), associati ad una riluttanza nell’andare a scuola. In caso di prevaricazioni protratte nel tempo, le vittime possono intravedere come unica possibilità per sottrarsi al bullismo quella di cambiare scuola, fino ad arrivare in casi estremi all’abbandono scolastico; alla lunga, le vittime mostrano una svalutazione di sé e delle proprie capacità, insicurezza, problemi sul piano relazionale, fino a manifestare, in alcuni casi, veri e propri disturbi psicologici, tra cui quelli d’ansia o depressivi.
I bulli sono gli adulti violenti del futuro. Quelli che diventano carnefici in famiglia. Sono persone frustrate che usano la violenza per relazionarsi col prossimo e andrebbero fermati e puniti.
Fonte: qui
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