Siamo tutte Reyhaneh Jabbari

Gli appelli non sono serviti a nulla, Reyhaneh Jabbari, la ragazza iraniana arrestata sette anni fa per aver ucciso l’uomo che tentò di stuprata è stata condannata a morte.

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Un’esecuzione, per impiccagione eseguita per mano del figlio del suo stupratore, che ci ricorda come è dura la condizione delle donne in Iran ma che contemporaneamente ha fatto gola a tutto il mondo occidentale per marcare una riga di confine tra paesi civili e rispettosi dei diritti delle donne e quelli che maltrattato le donne, legittimando il sentimento anti islamico.

La donna non è morta a causa dell’islam ma a causa di una cultura maschilista che colpisce trasversalmente tutto il mondo.

In questi giorni sono stati pubblicati i risultati del nuovo Global Gender Gap e molti paesi occidentali, compresa l’Italia, sono stati superati da molti paesi in via di sviluppo.

L’Italia con il suo sessantanovesimo posto (solo due posizioni in più rispetto lo scorso anno) non brilla come il paese in cui le donne godono di molti diritti.

Ci vogliono ottantuno anni per tutti i paesi del mondo prima di raggiungere una completa parità di genere.

Certamente, le donne italiane hanno negli ultimi anni conquistato molti diritti che godono rispetto alle donne iraniane, ma non sono certamente esenti dalla violenza di genere e nemmeno ricevono adeguate tutele quando si trovano nelle condizioni di subire una violenza in famiglia.

Centocinquanta circa è il bilancio delle donne uccise dal “femminicidio” ogni anno in Italia.

L’alto numero di violenze all’interno delle famiglie italiane testimonia la triste condizione delle donne in questo paese. Nella maggior parte dei casi sono donne che hanno chiesto aiuto, invano, alle istituzioni.

Tutto il mondo è stato scosso per la morte di Reyhaneh e ha fatto partire appelli, ma questo sarebbe accaduto se fosse successo in un altro paese che prevede pene capitali (tipo USA e Cina)?

Da un paese che prevede ancora la pena capitale verso chi compie un omicidio che ci si aspettava?

Certamente se Reyhaneh Jabbari avesse accettato le condizioni dei familiari di Morteza Abdolali Sarbandi, ritrattando che si è difesa da un tentato stupro da parte dell’uomo che lei ha ucciso, i familiari avrebbero chiesto il perdono al governo iraniano e lei sarebbe ancora viva, in quanto la pena capitale sarebbe stata annullata.

Ma davvero pensate che negli altri paesi del mondo le donne che si difendono da un’aggressione fisica o sessuale, uccidendo l’aguzzino, restano immuni da una qualche forma di condanna penale?

1, 2, 3, 4, 5. E che dire della donna condannata per aver chiamato porco l’uomo che stuprò sua figlia per reagire sicuramente ad una condanna troppo morbida nei confronti di lui?

Non ci sarà la pena capitale ma quante sono state condannate a numerosi anni di galera solo per aver evitato di essere uccise o per essersi difese da un’aggressione violenta tentando di ammazzare l’aggressore?

Quando poi sappiamo che è frequente vedere girare nello stesso quartiere delle vittime gli uomini che le massacrano o addirittura assolvere o mettere ai domiciliari (con l’alto rischio di recidiva come è già successo) chi ha tentato di uccidere la propria compagna solo perché quelle ripetute coltellate non sono riuscite ad accopparla. E che importa se hanno già tentato di ammazzarle altre volte?

Ci sono donne recluse da circa 15 anni per aver ucciso l’uomo che ha tentato di ammazzarle. Il carcere che in Italia diventa l’unico modo per “proteggere” una donna che subisce violenza.

Come Lucia, che ha avuto gli stessi anni di carcere di Pistorius, per aver ucciso il marito violento e la stampa ci fa sapere che era in carcere per un percorso rieducativo atto a restituirle la dignità. Un paese dove le donne finiscono in carcere anziché nelle case protette che in Italia sono insufficienti o chiudono per mancanza di fondi.

Ma nelle carceri dovrebbero stare i delinquenti e i violenti non le loro vittime. E inoltre le condizioni delle carceri italiane non possono dare dignità a nessuno, nemmeno ai peggiori criminali.

Inoltre, pochi sanno che non bisogna per forza essere islamici per non credere alle donne vittime di violenza. E Ricciocorno ce lo spiega con un post. E’ comodo cercare altre cause per nascondere le origini patriarcali del fenomeno. Comodo per non permettere che si rovesci lo status quo.

Perché in Italia non c’è l’Islam. Eppure oltre alle istituzioni italiane, che non credono a sufficienza le vittime, nell’opinione pubblica è in crescita l’idea che numerose violenze di genere siano calunnie. Questo fenomeno si accompagna alla crescita delle denunce operate da donne che oggi hanno più coraggio di denunciare. La consapevolezza delle donne spaventa chi attraverso l’utilizzo della violenza vuole mantenere l’ordine patriarcale della società. Dunque dobbiamo avere paura delle presunte minacce dell’Islam, avvertite da una certa ala politica, o di loro?

Questi loro, un’ondata di negazionisti o di coloro che sostengono che le donne meritano la violenza o di coloro che la sminuiscono o giustificano non proviene certamente dalla crescita di immigrati islamici nel nostro paese.

Quelli che credono alle minacce dell’Islam per il mondo occidentale sviluppato non hanno visto il video di una donna americana, la 24enne Shoshanna Roberts, che denuncia le molestie in strada attraverso un filmato e non ha letto le reazioni dei maschi italiani:

acide

Secondo molti italian*, dunque, sarebbe normale urlare parole volgari, fischiare o approcciarsi con una donna in modo molesto mentre questa cammina per la strada per i fatti propri.

Oppure soltanto maleducazione la quale non va accolta con profondo disagio. Poco importa se le donne temono di essere stuprate poiché lo stupro è un reato che subiscono soltanto le donne e che spesso le molestie sono un’escalation che porta allo stupro.

Non solo nessuno attribuisce una sorta di violenza, discriminazione di genere ma per molti altri sarebbero solo apprezzamenti che le donne dovrebbero gradirle altrimenti risulterebbero insopportabili e acide. Altrimenti non troveranno mai un fidanzato.

Però se le subisci significa in qualche modo che sei una troia che li hai provocati con il tuo abbigliamento appositamente scollato per attirare i loro commenti. E ovviamente non mancano quelli che dicono che se quelle molestie venissero fatte da uomini in Ferrari o dagli uomini belli le donne le avrebbero gradite.

Dunque, l’unico modo che abbiamo è stare zitte e accettarle (un po’ come avrebbe dovuto fare Reyhaneh secondo il suo contesto). Perché se uno ti fischia dietro o ti umilia per strada urlandoti “troia hai un bel culo ti sbatterei” è perché sei bella e se non ricevi questi approcci è perché sei invecchiata o nata brutta. Oppure le riceveresti perché sei una donna facile, secondo chi vorrebbe privarti del diritto di scegliere il tuo partner e vede nella tua scelta il diritto, da parte di qualsiasi uomo, di abusare di te.

Impossibile ricordare a certi uomini di moderarsi perché c’è sempre quello che ti ricorda che le donne mestruate sono più insopportabili dei molestatori e che le italiane stanno smettendo di accettare il loro ruolo subalterno. Oppure ti ricordano che odi gli uomini, perché è normale che un uomo molesti una donna in quanto “cacciatore”.

Dunque, se una si difende, è impossibile che questi considerano sia legittimo. Quanti di loro la vorrebbero alla forca come Reyhaneh?

La lapidazione virtuale, le minacce di stupro Shoshana Roberts le ha ricevute, eppure non ha ucciso nessuno. Immaginate se ci fosse la “legge del taglione”.

Però se queste molestie avvengono a Il Cairo ecco che sono i primi a puntare il dito contro l’Islam.

Potremmo dire che esiste “un islam” anche in Italia quando scopriamo la bassa percentuale di chi condanna la violenza di genere, quando:

– è ancora forte la cultura che considera l’infedeltà femminile più grave di quella maschile,

– quando molti puntano il dito sull’abbigliamento succinto delle donne,

– o che le faccende di casa siano un dovere solo delle donne?

– o che si raccomandi ancora che una figlia sposi un buon partito per sistemarsi anziché un lavoro (tranne poi darle della troia succhia-sangue da mantenere dopo la separazione)?

Perchè accanto al fenomeno della violenza e del maschilismo verso chi non accetta l’autodifesa femminile c’è una cultura patriarcale che la legittima. Ecco perché siamo tutte Reyhaneh: perché non si può imputare ad una religione, ad un’etnia, ad uno Stato un fenomeno che dev’essere attribuito ad una “religione” maschilista universale. Non è l’Islam il pericolo per le donne, ma il patriarcato universale.

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Un commento

  1. il cosiddetto patriarcato universale non viene dal nulla ma trae origine dalle 3 religioni abramitiche. infatti ebraismo cristianesimo ed islam sono religioni molto patriarcali e quello che è successo in Iran e che succede in tutto il mondo è proprio causato da queste religioni che alimentano questa mentalità patriarcale e distruttiva. Credo che se l’umanità fosse agnostica e laica il patriarcato scomparirebbe (o al massimo si ridimensionerebbe)

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